è Complicato
Jane
e Jake Adler hanno tre figli ormai grandi e sono divorziati da dieci
anni. Lei gestisce con successo una caffetteria a Santa Barbara, lui
prova a gestire la nuova moglie, di venticinque anni più giovane e
il capriccioso figlio di lei. La trasferta a New York per il diploma
di uno dei loro figli, riunisce Jane e Jake sotto le lenzuola e dà
inizio ad una complicata relazione extraconiugale tra gli ex-coniugi,
proprio quando Adam, un architetto neodivorziato, si sta teneramente
affacciando nella vita da single di Jane.
Nancy
Meyers sa "quello che le donne vogliono", sa che non
smettono mai di volerlo, che l’età non conta, e non si chiede se
dietro un grande uomo ci sia sempre una grande donna, ma sa bene che
dietro ad una buona commedia occorre ci siano tanto l’uno quanto
l’altra. Dopo Nick Nolte e Julia Roberts, Mel Gibson e Helen Hunt,
dopo Jack Nicholson e Diane Keaton, Kate Winslet e Jack Black, è la
volta della strana coppia Meryl Streep – Alec Baldwin. C'è
qualcosa di bello e di vero anche in questo film della Meyers, che
posiziona il dolore nell’antefatto, e dunque nel silenzio, ma senza
negarlo, e consuma la commedia come un esorcismo, indubbiamente una
delle sue funzioni primarie e primogenite. Perché tutto questo debba
venire (regolarmente) infarcito con dosi king size di crema, sia essa
all’uovo, di limone o antirughe, permane un mistero e un
inconveniente.
Sceneggiatrice
esperta, produttrice sagace e regista ormai comprovata, la Meyers
sembra sempre e comunque più attratta dal mondo dell’interior
design che da qualsiasi altro. La casa è al centro del suo universo
cinematografico, una casa che tutto possiede e tutto fagocita e che
sia sempre e comunque ampliabile, architettonicamente (a giustificare
la figura di Adam e il suo possibile inserimento nel nucleo
famigliare) o metaforicamente ("Casa dolce casa" sospira Baldwin
post coitum).
Nel
novero delle debolezze del film va segnalata anche la brevità della
miccia, per cui la prima mezz'ora imposta lo spasso e poi è solo un
andare a ruota, e la stanchezza di alcune scenette di repertorio,
come quella che vede l’ex marito della protagonista sbilanciarsi
per spiare dalla finestra e finire gambe all’aria. Ma va reso
merito a È complicato di possedere anche una scena dal riso
(alterato e) davvero contagioso e un grandissimo John Krasinski nei
panni del fidanzato della figlia maggiore degli Adler.
Di
Marianna
Cappi -
MYmovies.it
Oggi al cinema
| TITOLO | CINEMA | ORARI |
|---|---|---|
| È complicato |
Medica Palace |
15:30 17:50 20:10 22:30 |
Un film di Nancy Meyers, con: Meryl Streep, Steve Martin, Alec Baldwin, John Krasinski, Lake Bell, Mary Kay Place, Rita Wilson, Alexandra Wentworth, Hunter Parrish, Zoe Kazan, Daryl Sabara, James Patrick Stuart, Robert Curtis-Brown, Blanchard Ryan, Geneva Carr, Michael Rivera, Peter Mackenzie, Rosalie Ward, Nora Dunn, Bruce Altman, Stefanie Bari, Caitlin Fitzgerald, Emjay Anthony, Molly Culver, Robert Adamson
Più grande la casa, più forte l'amore: il romanticismo secondo Nancy Meyers Jane e Jake Adler hanno tre figli ormai grandi e sono divorziati da dieci anni. Lei gestisce con successo una caffetteria a Santa Barbara, lui prova a gestire la nuova moglie, di venticinque anni più giovane e il capriccioso figlio di lei. La trasferta a New York per il diploma di uno dei loro figli, riunisce Jane e Jake sotto le lenzuola e dà inizio ad una complicata relazione extraconiugale tra gli ex coniugi, proprio quando Adam, un architetto neodivorziato, si sta teneramente affacciando nella vita da single di Jane. Nancy Meyers sa "quello che le donne vogliono", sa che non smettono mai di volerlo, che l’età non conta, e non si chiede se dietro un grande uomo ci sia sempre una grande donna, ma sa bene che dietro ad una buona commedia occorre ci siano tanto l’uno quanto l’altra. Dopo Nick Nolte e Julia Roberts, Mel Gibson e Helen Hunt, dopo Jack Nicholson e Diane Keaton, Kate Winslet e Jack Black, è la volta della strana coppia Meryl Streep – Alec Baldwin. C'è qualcosa di bello e di vero anche in questo film della Meyers, che posiziona il dolore nell’antefatto, e dunque nel silenzio, ma senza negarlo, e consuma la commedia come un esorcismo, indubbiamente una delle sue funzioni primarie e primogenite. Perché tutto questo debba venire (regolarmente) infarcito con dosi king size di crema, sia essa all’uovo, di limone o antirughe, permane un mistero e un inconveniente. Sceneggiatrice esperta, produttrice sagace e regista ormai comprovata, la Meyers sembra sempre e comunque più attratta dal mondo dell’interior design che da qualsiasi altro. La casa è al centro del suo universo cinematografico, una casa che tutto possiede e tutto fagocita e che sia sempre e comunque ampliabile, architettonicamente (a giustificare la figura di Adam e il suo possibile inserimento nel nucleo famigliare) o metaforicamente (“Casa dolce casa” sospira Baldwin post coitum). Nel novero delle debolezze del film va segnalata anche la brevità della miccia, per cui la prima mezz'ora imposta lo spasso e poi è solo un andare a ruota, e la stanchezza di alcune scenette di repertorio, come quella che vede l’ex marito della protagonista sbilanciarsi per spiare dalla finestra e finire gambe all’aria. Ma va reso merito a È complicato di possedere anche una scena dal riso (alterato e) davvero contagioso e un grandissimo John Krasinski nei panni del fidanzato della figlia maggiore degli Adler. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| È complicato |
Multisala Uci Cinemas Meridiana Multisala Cineci The Space Cinema Bologna Cristallo Smeraldo Digital |
20:20 22:30 14:20 17:05 19:50 22:35 18:00 20:30 23:00 15:00 17:30 20:00 22:30 01:00 17:50 20:20 22:30 17:45 20:15 22:30 |
Un film di Nancy Meyers, con: Meryl Streep, Steve Martin, Alec Baldwin, John Krasinski, Lake Bell, Mary Kay Place, Rita Wilson, Alexandra Wentworth, Hunter Parrish, Zoe Kazan, Daryl Sabara, James Patrick Stuart, Robert Curtis-Brown, Blanchard Ryan, Geneva Carr, Michael Rivera, Peter Mackenzie, Rosalie Ward, Nora Dunn, Bruce Altman, Stefanie Bari, Caitlin Fitzgerald, Emjay Anthony, Molly Culver, Robert Adamson
Più grande la casa, più forte l'amore: il romanticismo secondo Nancy Meyers Jane e Jake Adler hanno tre figli ormai grandi e sono divorziati da dieci anni. Lei gestisce con successo una caffetteria a Santa Barbara, lui prova a gestire la nuova moglie, di venticinque anni più giovane e il capriccioso figlio di lei. La trasferta a New York per il diploma di uno dei loro figli, riunisce Jane e Jake sotto le lenzuola e dà inizio ad una complicata relazione extraconiugale tra gli ex coniugi, proprio quando Adam, un architetto neodivorziato, si sta teneramente affacciando nella vita da single di Jane. Nancy Meyers sa "quello che le donne vogliono", sa che non smettono mai di volerlo, che l’età non conta, e non si chiede se dietro un grande uomo ci sia sempre una grande donna, ma sa bene che dietro ad una buona commedia occorre ci siano tanto l’uno quanto l’altra. Dopo Nick Nolte e Julia Roberts, Mel Gibson e Helen Hunt, dopo Jack Nicholson e Diane Keaton, Kate Winslet e Jack Black, è la volta della strana coppia Meryl Streep – Alec Baldwin. C'è qualcosa di bello e di vero anche in questo film della Meyers, che posiziona il dolore nell’antefatto, e dunque nel silenzio, ma senza negarlo, e consuma la commedia come un esorcismo, indubbiamente una delle sue funzioni primarie e primogenite. Perché tutto questo debba venire (regolarmente) infarcito con dosi king size di crema, sia essa all’uovo, di limone o antirughe, permane un mistero e un inconveniente. Sceneggiatrice esperta, produttrice sagace e regista ormai comprovata, la Meyers sembra sempre e comunque più attratta dal mondo dell’interior design che da qualsiasi altro. La casa è al centro del suo universo cinematografico, una casa che tutto possiede e tutto fagocita e che sia sempre e comunque ampliabile, architettonicamente (a giustificare la figura di Adam e il suo possibile inserimento nel nucleo famigliare) o metaforicamente (“Casa dolce casa” sospira Baldwin post coitum). Nel novero delle debolezze del film va segnalata anche la brevità della miccia, per cui la prima mezz'ora imposta lo spasso e poi è solo un andare a ruota, e la stanchezza di alcune scenette di repertorio, come quella che vede l’ex marito della protagonista sbilanciarsi per spiare dalla finestra e finire gambe all’aria. Ma va reso merito a È complicato di possedere anche una scena dal riso (alterato e) davvero contagioso e un grandissimo John Krasinski nei panni del fidanzato della figlia maggiore degli Adler. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Donne senza uomini |
Rialto Studio |
16:30 18:30 20:30 22:30 |
Un film di Shirin Neshat, Shoja Azari, con: Pegah Feridoni, Arita Shahrzad, Shabnam Toloui, Orsolya Tóth, Navíd Akhavan, Mina Azarian, Bijan Daneshmand, Rahi Daneshmand, Salma Daneshmand, Tahmoures Tehrani, Essa Zahir
Storie di donne invisibili nell’Iran degli anni Cinquanta Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariTehran, 1953. Durante il conflitto per emancipare la Persia dalle potenze europee e ottenere la nazionalizzazione della Anglo Iranian Oil Company, quattro donne di diversa estrazione sociale cercano di sopravvivere ai loro destini tragici e determinati (da padri e fratelli). Munis è una giovane donna con un'appassionata coscienza politica che resiste all'isolamento impostole dal fratello, Faezeh sogna di sposare l'uomo che ama, Fakhiri, sposata senza amore, lascia il marito e riaccende la fiamma di un sentimento trascorso, Zarin è una prostituta abusata dagli uomini di cui non distingue più i volti. A un passo dalla democrazia, sfumata con un golpe militare organizzato dalla CIA, Munis, Faezeh, Fakhiri e Zarin lasceranno la città per la terra, uno spazio prodigioso e bucolico dove dimenticare i soprusi, la sopraffazione, la violenza, il suicidio, lo stupro. Ma fuori dalle mura la Storia avanza, assediandone le vite e le speranze. Trasposizione (sur)realista e magica del romanzo omonimo di Shahrnush Parsipur, Donne senza uomini segna il debutto alla regia di Shirin Neshat, intensa e sensibile artista iraniana che ha scelto di vivere e lavorare in America. Il film presenta una costruzione circolare per cui tutto torna inevitabilmente allo stesso punto e nulla si modifica davvero. Il cerchio è creato dai vari segmenti narrativi: quattro donne, quattro storie di isolamento e di esclusione che si intrecciano attraverso gli spostamenti delle protagoniste, agitate tanto e inutilmente per ritornare nel buio da dove venivano. Munis, Faezeh, Fakhiri e Zarin si muovono in un cerchio limitato dagli uomini e la lunghezza del loro raggio d'azione è determinata dalla cultura iraniana. Soffocate in una struttura chiusa, perfetta e senza vita dalla crudeltà dello sguardo maschile, le donne senza uomini di Shirin Neshat sono private di ogni diritto e non hanno diritto alla felicità. Niente speranza e niente abbandono, è impossibile lasciarsi andare per chi è costretto a essere sempre vigile, prudente e misurato. Donne senza uomini è spasmodico nella ricerca formale che vorrebbe illustrare l'oppressione, renderla intollerabile, rimbalzarci contro e rialzarsi. Perdonati e perdonabili alcuni momenti di autocompiacimento, l'opera prima della Neshat apre e chiude lo sguardo su un mondo cristallizzato dove l'uomo occupa fisicamente e politicamente ogni spazio e dove le donne hanno solo gli sguardi per narrare le loro (non) vite. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Il figlio più piccolo |
Nuovo Nosadella Don Bosco Marconi |
15:45 19:30 21:00 21:00 |
Un film di Pupi Avati, con: Christian De Sica, Laura Morante, Luca Zingaretti, Sydne Rome, Nicola Nocella, Manuela Morabito, Fabio Ferrari, Marcello Maietta, Massimo Bonetti, Alberto Gimignani, Maurizio Battista, Giulio Pizzirani, Pino Quartullo, Nico Toffoli, Pino Calabrese, Gianluca Cammisa, Enzo Ghinazzi, Fabrizio Imas, Gisella Marengo, Matilde Matteucci, Omar Pedrini, Massimiliano Varrese, Alessandra Acciai
Avati apre il suo sguardo e il suo spirito critico verso la decadenza dei nostri costumi Consigliato: Nì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariLuciano Baietti è un piccolo imprenditore scaltro e ambizioso che nel giorno stesso in cui sposa la donna da cui ha avuto due figli, scompare assieme a un eccentrico contabile appena uscito da seminario, portando con sé la proprietà di tutti i beni immobili. Diciotto anni dopo è dirigente della Baietti Enterprise, una delle più importanti società immobiliari del paese, nonché capo di un impero economico costruito su raccomandazioni, ricatti, società fantasma e connivenze politiche. Alla vigilia delle seconde nozze con una ricca romana politicamente in vista, Baietti richiama la prima moglie, che nel frattempo non ha mai smesso di amarlo, e il figlio più piccolo, Baldo, studente dams innamorato di film splatter, per invitarlo ad essere testimone di nozze e nuovo dirigente del suo impero d'affari. Nonostante l'età, Pupi Avati resta sempre il più fanciullesco, "il figlio più piccolo" nella famiglia degli autori italiani: il più eclettico, il più prolifico, il più sognatore, quello che pare procedere con passo incerto ma spedito, con l'atteggiamento più introverso e col carattere più pacifico. Fra i colleghi della sua generazione, l'unico a non essersi mai realmente interessato a perseguire un progetto di cinema “politico” anche nel momento in cui tutti, non solo Bellocchio e Bertolucci, sposavano la passione artistica con il fermento politico. Partito con horror e commedie grottesche, col tempo il suo sguardo si è rivolto sempre più spesso alla storia e al reale, ma sempre mantenendo un filtro che ne facesse percepire una distanza, di volta in volta nostalgica, onirica, sommessa, inibita. Il mistero sulla sua agilità giovanile si mantiene anche al suo quarantesimo film. Quel che trova invece conferma, dopo Il papà di Giovanna, è un certo imbarazzo a farsi cantore di storie che vadano oltre l'operetta morale o il romanzo di formazione, quasi che la qualità del suo cinema volesse restare sempre media o “minore” per determinazione. Nello scontro, per la prima volta cercato e trovato, con la decadenza dei nostri costumi, il principio che Avati mette in gioco è radicale ma interessante: l'Italia si riduce ad un contrasto fra furbetti del quartierino e Candidi sognatori, fra chi ha fatto sì che corruzione, volgarità e impunità diventassero i soli valori e chi ha lasciato passivamente che ciò accadesse, per quieto vivere o perché incapace di comprendere i mutamenti in atto. Ma l'inedito spirito militante e la capacità critica costituiscono solo la tesi, alla quale il regista bolognese pare aderire più per pietà che per rabbia verso i suoi “furbetti”, e più con patetica tenerezza che con l'intenzione di scuotere le coscienze dei più ingenui. Non c'è assolutamente niente di sbagliato nel desiderio di salvare dalla vis polemica l'umanità dei suoi personaggi, ma trasformare tutti i comprimari in caratteristi eccentrici e i protagonisti in ometti patetici, serve solo ad edulcorare la forza della sua tesi. Dallo “squalo” della finanza ipocondriaco in sandali da frate Zingaretti alla cantante hippie e polemica Morante, dalla nuova moglie, volgare borghesuccia romana che combatte la partitocrazia della politica con una squadra di tronisti palestrati, fino ai due “piccoli” protagonisti del film, l'imprenditore miserabile De Sica e lo studente sovrappeso Nocella, sono tutti elementi che, presi singolarmente, confermano la bravura di Avati come scrittore inventivo e come “regista di attori”. Ma la realtà attuale italiana rivela una mentalità già da sé così piccola nel suo esibizionismo esasperato, che uno sguardo circoscritto, troppo spesso pacifico e bonario, non incide né su di essa, né tanto meno sulla possibilità di trarre da essa un grande racconto. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| L'amante inglese |
Europa |
15:30 17:15 19:00 20:45 |
Un film di Catherine Corsini, con: Kristin Scott Thomas, Sergi López, Yvan Attal, Bernard Blancan, Aladin Reibel, Alexandre Vidal, Gèrard Lartigau, Geneviève Casile, Philippe Laudenbach, Daisy Broom, Berta Esquirol, Gerard Lartigau, Michèle Ernou, Jonathan Cohen, Hélène Babu, Sali Cervià
Una pellicola tesa e asciutta dalla cruda lucidità di sguardo Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariUna villa nella Francia del Sud. Un medico, Samuel, e la moglie, Suzanne, che decide a quarant'anni di rimettersi al lavoro come fisioterapista. Mentre segue i lavori di costruzione del suo nuovo ambulatorio, conosce Ivan, un operaio di origine catalana, che è stato in prigione e vive di lavoretti precari. La passione tra i due è tale che Suzanne lascia tutto quel che ha per vivere con lui, ma il marito le dichiara guerra e la priva di ogni mezzo di sussistenza. L'amante inglese, traduzione impoverente dell'originale Partir, non enuncia nessun nuovo teorema sul triangolo marito moglie amante e non è citando a man bassa Truffaut, dal quale prende a prestito con successo la musica de La signora della porta accanto, o Flaubert (anche la sua Emma Bovary era moglie di un medico), che il film si alza magicamente dalla sua medietà. Non accade. Eppure è proprio nel rifiuto del costume melodrammatico e nella sua cruda lucidità di sguardo che la pellicola di Catherine Corsini trova un suo carattere. Non certo nella storia d'amore tra la signora e il proletario, ma nel modo in cui un vertice di questo triangolo, la casella del marito, viene portato in su fuori misura, abbandonando gli altri due a terra, letteralmente. La regista punta il dito contro la condizione sfavorita della donna, economicamente ricattabile e (ancora letteralmente) imprigionabile in un film privo di grandi sottotesti, evidentemente, diremmo quasi superfluo, se non fosse per una fattura tesa e asciutta, che scarta la noia, e per qualche interessante luce sinistra che emana dalla coppia Yvan Attal/Kristin Scott Thomas e permette, per esempio, la scena hitchockiana del marito che aiuta la donna che ha distrutto a bere, per rimettersi in piedi. Ma proprio perché lo scarto rispetto al meló da feuilleton è stato già effettuato, anche con la proposta di un'eroina che rifiuta di piangersi addosso, non si comprende fino in fondo la scelta di un finale improntato ad un revanscismo femminile che è brutta copia di quel maschilismo d'antan rappresentato da Samuel. Un gesto vano in partenza, che il finalissimo si premura di chiudere, di fermare di un'unica interpretazione possibile, nuovamente nell'ottica pessimistica dell'impossibilità e dell'equazione amore uguale follia uguale distruzione. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Wolfman |
Mattei |
22:40 |
Un film di Joe Johnston, con: Benicio Del Toro, Anthony Hopkins, Emily Blunt, Hugo Weaving, Art Malik, Kiran Shah, Elizabeth Croft, David Sterne, Sam Hazeldine, Olga Fedori, Branko Tomovic, Michael Cronin, Nicholas Day, Bridgette Millar, Richard James, Anthony Debaeck, Emily Parr, Cristina Contes, David Schofield, Roger Frost, Andy Gathergood, Asa Butterfield, Simon Merrells, Dianne Pilkington, Shaun Smith, Mario Marin-Borquez, Gemma Whelan, Geraldine Chaplin
Settanta lune piene dopo ritorna a ululare la belva antropomorfa della Universal omaggiando la tradizione gotica Consigliato: Nì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariLawrence Talbot rientra in seno alla famiglia dopo una lunga assenza e in una notte di luna piena. Fuori dalla sua tenuta, una bestia affamata e famelica abita i boschi del villaggio, visita le notti dei puritani e ne strazia i corpi. Vittima della mostruosa creatura cade pure il fratello di Lawrence, sposato alla bella e mite Gwen, che chiede aiuto e trova conforto in lui. Per fermare l’orrore e fare chiarezza sulla vicenda viene ingaggiato un ispettore di Scotland Yard, Alberline. Durante una “battuta di caccia”, la bestia aggredisce e azzanna Lawrence riducendolo in fin di vita. Sopravvissuto al morso e fatalmente contagiato, il giovane Talbot si trasforma nelle notti di luna piena in un lupo, aggredendo e uccidendo gli abitanti del villaggio. Ricoverato in manicomio e poi fuggito, Lawrence verrà braccato da Alberline, deciso a porre fine ai suoi scempi. Gwen, perdutamente innamorata, tenterà invece di strapparlo alla licantropia con la forza dell’amore e dei suoi baci. La più leggendaria e misteriosa fra tutte le creature della Universal è senza dubbio l’uomo lupo, nato nel 1941 dalla penna dello sceneggiatore Curt Siodmak e ispirato dalla mitologia e dal folclore. Privo di una fonte letteraria forte e della radicale alterità che caratterizzano il Dracula di Bram Stoker e la creatura di Frankenstein di Mary Shelley, l’uomo lupo non è un essere completamente altro e avulso dalla società umana, è piuttosto un uomo condannato dal Fato a una diversità intermittente, che lo colpisce nelle notti di luna piena. Settant’anni e diverse variazioni sul tema dopo (Frankenstein contro l’uomo lupo, L’ululato, Un lupo mannaro americano a Londra), spetta a Joe Johnston rilanciare i licantropi, omaggiando la vecchia tradizione gotica e le gloriose produzioni “B” della Universal. Wolfman “restaura” make up e orrore, guardando alle versioni cinematografiche del romanzo “nero” ottocentesco, evidenziando una società che vieta l’esplicarsi delle forze inconsce e trasformando la tragedia greca del soggetto originale in tragedia shakespeariana. Al centro del film, si contendono scena, “trono” e fanciulla un padre e un figlio, un re e un principe, belve antropomorfe vittime della stesso male e della stessa inquietudine mostruosa. Benicio del Toro, attore che interpreta un attore, è una sorta di Amleto, un eroe romantico sull’orlo del precipizio. Chiuso in se stesso e nella sua immobilità luttuosa (la morte dell’amata madre quando era soltanto un bambino), teme l’insorgere della passione che può trasformarlo in predatore omicida. Il suo personaggio, fondato sugli infiniti e ripetuti “essere o non essere”, offre un aggiornamento efficace del principe danese, in lotta questa volta contro un genitore tangibile. Il padre di Anthony Hopkins, specializzato a partire da Hannibal Lecter in sdoppiamenti della personalità, è un aguzzino invasato, trincerato nel suo segreto e deciso a contendere il potere al figlio, di cui ingabbia letteralmente la spontaneità individuale. La tenuta dei Talbot è il paradiso e insieme la prigione morbosa che inscena la duplicità psicologica del protagonista, il conflitto e la manifestazione del tarlo segreto (ed ereditario) che divora la luminosa corazza dell’eroe. Eroso dall’interno, il giovane Lawrence crollerà sotto l’incendio delle passioni e rovinerà come la sua tenuta, sconfitto e spinto tra le braccia “del non essere” e dentro la sua prima notte di quiete. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Il Profeta |
Bristol Rialto Studio |
15:30 18:30 21:30 15:30 18:30 21:30 |
Un film di Jacques Audiard, con: Tahar Rahim, Niels Arestrup, Adel Bencherif, Reda Kateb, Hichem Yacoubi, Jean-Philippe Ricci, Gilles Cohen, Antoine Basler, Leïla Bekhti, Pierre Leccia, Foued Nassah, Jean-Emmanuel Pagni, Frédéric Graziani, Slimane Dazi, Rabah Loucif
Il romanzo criminale secondo Audiard Consigliato: Assolutamente Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariMalik El Djebena ha 19 anni quando viene condannato a sei anni di prigione. Entra con poco o nulla, una banconota ripiegata su se stessa e dei vestiti troppo usurati, che a detta delle guardie non vale la pena di conservare. Quando esce ha un impero e tre macchine pronte a scortare i suoi primi passi. In mezzo c’è il carcere, la protezione offertagli da un mafioso corso, l’omicidio come rito d’iniziazione, l’ampliarsi delle conoscenze e dei traffici, le incursioni in permesso fuori dal carcere, dove gli affari prendono velocità. Ciò avviene all’interno di una prigione, il cinema lo ha già raccontato altrove meglio che qui, per non parlare di come nasce un padrino. Quello che fa Audiard, nel suo film, è prendere il genere per mostrarsi infedele, instaurare con esso un doppio gioco, come fa Malik con il boss corso, stare apparentemente nelle regole ma prendersi la libertà di raccontare anche molto altro. Malik è uno che apprende in fretta. Impara ad uccidere ma, dallo stesso crimine, impara anche che nel carcere c’è una scuola dove possono insegnargli a leggere e a scrivere. Dalla scuola apprende un metodo, grazie al quale impara da autodidatta il dialetto franco italiano della Corsica: di fatto si procura un’arma, che obbliga il capo a tener conto di lui. Dagli arabi impara a capire cosa vogliono, dai Marsigliesi impara a trattare, da un amico, forse, imparerà a voler bene. I compagni di galera prendono a definirlo un profeta, perché lui è quello che parla, con gli uni e con gli altri, quello che porta i messaggi dentro e fuori, che conosce la gente che può far comodo negli affari. Egli fa grandi cose, insomma; la sua via è tracciata come quella di chi ha una missione. Ancora una storia che ruota nell’universo tanto umano quanto traditore della comunicazione, dunque, dopo quella in cui Vincent Cassel leggeva dalle labbra e quella in cui Romain Duris si affidava alle note. Qui le lingue sono almeno tre, ma è quella silenziosa del sangue che sigla gli accordi, e il potere, in questo codice, è inversamente proporzionale al numero di parole che richiede. La critica di Audiard alla mala educazione del sistema carcerario è evidente, talvolta aspra, talvolta sarcastica (le uscite per “buona condotta”), ma non è tramite la parola che si esprime: la sua lingua è quella della regia, di cui è interprete sicuro e abile. Quello che propone allo spettatore, qui come in tutte le sue opere, è l’immersione completa nel mondo che racconta, la sospensione del pre giudizio, lo spettacolo della complessità di un personaggio maschile. La pretesa questa volta, però, va oltre l’offerta: nonostante l’ottimo Tahar Rahim, protagonista, Un prophète si dilata oltremodo, prova qualche artificio ma non fino in fondo, sfiora emozioni interessanti che abbandona troppo in fretta, si lascia imprigionare dalla materia che vorrebbe liberare. Un film più maturo dei precedenti, ma meno comunicativo. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Alice in Wonderland |
The Space Cinema Bologna The Space Cinema Bologna Capitol Multisala Uci Cinemas Meridiana Odeon Multisala Multisala Cineci Uci Cinemas Meridiana |
Versione 3D: 15:05 17:35 20:05 22:35 01:00 14:55 17:20 19:50 22:25 00:55 15:30 17:50 20:10 22:30 15:10 17:40 20:10 22:40 01:00 15:15 17:40 20:05 22:30 20:30 22:30 17:00 19:00 21:00 23:00 Versione 3D: 15:00 17:30 20:00 22:30 00:50 |
Un film di Tim Burton, con: Mia Wasikowska, Johnny Depp, Helena Bonham Carter, Crispin Glover, Anne Hathaway, Stephen Fry, Christopher Lee, Michael Sheen, Alan Rickman, Matt Lucas, Timothy Spall, Barbara Windsor, Leo Bill, Paul Whitehouse, Eleanor Gecks, Lucy Davenport, Jessica Oyelowo, Amy Bailey, Arick Salmea, John Surman, Marton Csokas, Eleanor Tomlinson, Annalise Basso, Jemma Powell, Frances de la Tour, John Hopkins, Austin James Wolff, Tim Pigott Smith, Geraldine James, Lindsay Duncan, Michael Gough, Noah Taylor
Lontano dai libri originali, dal cartone anni '50 e dai film di Tim Burton, il nuovo Alice è un viaggio verso il conformismo Consigliato: Nì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariAlice teme di essere pazza. Da quando è piccola continua a fare sempre lo stesso sogno, non sta mai attenta quando le parlano, è diversa dal resto della buona società che frequenta e non si integra nelle regole del suo mondo. Affinchè non rimanga zitella come la zia, che senza marito pazza lo è diventata sul serio, i parenti le combinano il matrimonio con un ottimo partito: un giovanotto integrato, conformato, di nobile lignaggio e con qualche problema digestivo. Al grande ricevimento nel quale le verrà fatta la proposta però le visioni di Alice si fanno insistenti, il ticchettio di un orologio sembra ossessionarla e sul più bello vede comparire un coniglio in doppiopetto che le indica che è oramai tardi. Alice lo segue nella sua tana e finisce in quel mondo che aveva sognato fin da piccola, dove scopre che esiste una profezia riguardo una sua omonima la quale, con l'aiuto del Cappellaio Matto, del Coniglio Marzolino ecc. ecc. sconfiggerà una creatura malvagia liberando il regno dalla tirannia della Regina Rossa e riportando al trono la sorella più bella, la Regina Bianca. La produzione è sempre Disney ma siamo totalmente da un'altra parte rispetto al cartone animato del 1951. Benchè la storia ancora una volta mescoli elementi da i due libri di Lewis Carrol: "Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie" e "Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò", il mix è inedito. Questa volta l'andamento psichedelicamente caotico per il quale solo perdendosi completamente Alice riusciva a trarre qualcosa dal suo peregrinare è scartato a favore di una trama decisamente più canonica. Arrivata nel paese delle meraviglie Alice ha un destino già scritto, ha una missione e un nemico da sconfiggere. Dunque non solo non siamo dalle parti dei testi originali ma non siamo nemmeno dalle parti dei film di Tim Burton, nei quali solitamente il protagonista è un outsider che trova in un luogo oscuro e apparentemente ostile il suo vero habitat perchè più sincero ed autentico dei conformismi borghesi cui era abituato. Alice si trova male nel mondo reale perchè è diversa mentre nel mondo delle meraviglie lotterà per riportare lo status quo, per normalizzare quel luogo dalla tirannia folle della Regina Rossa. Peccato che proprio la Regina Rossa sia la vera outsider: sorella maggiore brutta e dalla testa troppo grande che è sempre stata all'ombra della sorella minore, tanto carina e amabile quanto cretina e impalpabile, e che non riuscendo a farsi amare preferisce essere odiata. Ecco perchè dopo un inzio fantastico, che entra di diritto tra le cose migliori che Tim Burton abbia mai girato, il resto del film è una continua delusione. La parte nel paese delle meraviglie è un percorso verso il conformismo di un personaggio ritenuto matto che, come in un film fantasy, subisce una profezia che si deve avverare, ha un'armatura, una spada, nemici mitologici e via dicendo. E a poco purtroppo servono le molte interessanti intuizioni visive, le mille piccole raffinatezze di scenografia (praticamente tutta in computer grafica), di costumi e di trucco di fronte ad una parabola disneiana nel senso più deteriore del termine, per la quale l'eroina del caso trova la strada che era stata decisa per lei invece di forgiarne una con le proprie mani o secondo i propri gusti. Di certo non aiutano un 3D realizzato tutto in postproduzione e abbastanza inutile (almeno il 50% del film ne è privo tanto che se guardato senza occhiali non presenta il classico effetto "doppio") e momenti come la "deliranza" del Cappellaio Matto, che da sola è probabilmente la punta più bassa di tutto il cinema di Tim Burton e di quello di Johnny Depp messi insieme. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Alvin Superstar 2 |
Uci Cinemas Meridiana Mattei Alba Lazzari |
14:00 21:00 20:30 21:00 |
Un film di Betty Thomas, con: Zachary Levi, David Cross, Jason Lee, Justin Long, Matthew Gray Gubler, Jesse McCartney, Amy Poehler, Anna Faris, Christina Applegate, Kathryn Joosten, Bridgit Mendler, Kevin G. Schmidt, Aimee Carrero, Brando Eaton, Chris Warren Jr., Skoti Collins, Anjelah N. Johnson, Wendie Malick, Charice Pempengco, Lauren Cornell, Alexandra Shipp, Cameron Richardson, Ross Bagdasarian Jr, Janice Karman, Tyler Sean Palmer
Perfetto per intrattenere il pubblico infantile, pessimo per parlare del mondo che li circonda Consigliato: Nì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariAlvin e i suoi due fratelli sono ormai rockstar famosissime ma la vita sconsiderata e colma di eccessi che si accompagna a quel ruolo non calza molto bene al trio e del resto nemmeno al loro amato tutore Dave, così dopo l'ultimo infortunio che lo costringe in ospedale proprio Dave decide di affidare i tre piccoletti alla zia e di mandarli a scuola. Peccato che la zia venga spedita anch'essa in ospedale a tempo di record e con loro rimanga il nipote nerd, sbadato e sbandato che si prenderà decisamente poco cura dei tre lasciandoli alla loro nuova vita tra i problemi di inserimenti in una high school e l'arrivo delle Chippette, tre scoiattoline di provincia venute in città per sfondare e biecamente utilizzate per tornare in vetta da colui che nel primo film della serie aveva fatto lo stesso con Alvin e i suoi fratelli. Tale è stato il successo di Alvin superstar in tutto il mondo da generare questo immediato sequel che non innova in nulla né tecnicamente né tematicamente (del resto, perché doveva?) e ripropone sotto nuove vesti un altro "episodio" delle avventure di Alvin, Theodore e Simon. Come le serie animate che hanno conquistato il pubblico televisivo nel tempo così anche i film dei Chipmunks seguono una scansione priva di un filo conduttore: ogni film fa testo a sè, è autoconclusivo e non introduce nulla che possa sconvolgere il gradimento o il senso della serie. Alvin superstar dunque è come una serie televisiva i cui episodi sono solo più grandi, più grossi, più costosi e distribuiti nei cinema. Questo non sembra importare al pubblico vero del film, quello infantile, che anzi apprezza l'entrata in scena dei tre equivalenti femminili. Come è d'obbligo in questo tipo di prodotti esse sono la copia speculare dei veri protagonisti (i maschi) hanno i loro caratteri, sono connotate dai medesimi colori in gradazione femminea (rosa al posto del rosso, viola per il blu e verde acqua per il verde) ed esistono in funzione loro, sono l'oggetto del desiderio ma nulla di più, la personalità è un puro abbozzo. Anch'esse cantano, ovviamente, rifacendosi vagamente ai trii degli anni '60/'70 come le Ronettes o le Supremes e più pragmaticamente ai gruppi femminili R&B moderni sia per movenze che per tipo di musica cantata (quella universalmente considerata da donne in opposizione a tutto il resto del rock, anche vintage, che invece spetta ai maschi). Alvin superstar 2 in sostanza continua a riproporre il più acquietante dei contenuti possibili: la scuola è noiosa ma necessaria, i fichi sono i bulli che fanno sport, i secchioni vengono presi in giro, le ragazze si interessano solo a chi è popolare e chi era sfigato ieri sarà irrisolto e maniaco dei videogiochi (sic!) domani. Dogmi da non mettere in discussione ma, anzi, da cavalcare. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Fuori Controllo |
Multisala Cineci Uci Cinemas Meridiana Odeon The Space Cinema Bologna |
18:00 20:30 23:00 14:10 16:50 19:40 22:20 00:50 15:30 17:50 20:10 22:30 15:10 17:40 20:10 22:35 01:05 |
Un film di Martin Campbell, con: Mel Gibson, Ray Winstone, Danny Huston, Bojana Novakovic, Shawn Roberts, Denis O'Hare, Caterina Scorsone, Frank Grillo, Gbenga Akinnagbe, Jay O. Sanders, Wayne Duvall, David Aaron Baker, Rick Avery, Tom Kemp, Damian Young, Paul Sparks, Scott Winters, Frank Ridley, Kevin DeCoste, Elizabeth Dings, Stephanie Atkinson, Bill Thorpe, David J. Curtis, Gabrielle Popa
Cinema di genere capace di guardare oltre gli stereotipi con un ritrovato Gibson Thomas Craven è un detective della omicidi del Boston Police Department. Un giorno la figlia Emma ventiquattrenne va a trovarlo e viene uccisa davanti a casa mentre si trova al suo fianco. Il primo sospetto cade su possibili nemici di Thomas. Ma il poliziotto non accetta supinamente questa semplice ipotesi e prende ad indagare per proprio conto. Scoprirà che la figlia, che stava svolgendo un periodo di apprendistato presso la Northmoor (un'importante azienda nel settore dello sviluppo e ricerca) aveva scoperto le attività illegali della stessa. Alla Northmoor ci si occupava di nucleare con forti coperture politiche. L'unico scopo di Thomas è ora quello di smascherare i colpevoli. Da sette anni il Mel Gibson attore aveva deciso di fare posto al suo alter ego di regista impegnato a raccontarci ‘La Verità' sulla passione di Cristo prima e sulla crudeltà dei Maya subito dopo. Martin Campbell lo ha riportato dall'altra parte della macchina da presa per questo adattamento per lo schermo di una miniserie in sei puntate prodotta dalla BBC, datata 1985 e diretta da Campbell stesso. Il plot di base è decisamente già visto con un padre che infrange la legge pur di scoprire cosa stia dietro l'uccisione di un figlio o di una figlia e, per quanto accortamente disseminato di piccoli o grandi colpi di scena, potrebbe spingere a disertare le sale. Il pregio però sta proprio nella scelta di Gibson quale protagonista. L'attore sa offrire al suo detective impegnato nell'indagine più dolorosa della vita una serie di sfumature che segnano la vicenda come un percorso di riavvicinamento alla figlia che passa attraverso un odio che è sublimato dalla sofferenza interiore. Non è un giustiziere della notte Thomas Craven, anche se agisce come tale. E' un uomo che ha visto crollare il mondo intorno e dentro di sé e non vuole rinunciare a trovare una risposta a una morte apparentemente insensata. Scoprirà una verità che per il conservatore Gibson suona inusuale. Perché dietro all'intrigo sul nucleare non si trovano i ‘cattivi' mediorientali. Non ci sono alieni alla Signs da cui difendersi impugnando la simbolica mazza da baseball per poi tornare a ritrovare ‘la fede'. Scoprire che il Male non è più così facilmente collocabile al di fuori dei confini patri è un bel passo in avanti. Campbell non è Eastwood però ha un'attenzione simile per un cinema di genere capace di guardare oltre gli stereotipi. Magari anche attraverso gli sguardi e i gesti di un padre in cui si legge l'abisso di una perdita. Ben tornato all'attore Gibson. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Tutto l'amore del mondo |
The Space Cinema Bologna Capitol Multisala Uci Cinemas Meridiana Multisala Cineci |
15:05 17:20 19:50 22:20 00:45 16:30 18:30 20:30 22:30 15:15 17:55 20:15 22:40 01:00 18:20 20:40 23:00 |
Un film di Riccardo Grandi, con: Nicolas Vaporidis, Ana Caterina Morariu, Alessandro Roja, Myriam Catania, Eros Galbiati, Alessandro Mannarino, Jöel Zaffarano, Sara Tommasi, Isabelle Adriani, Riccardo Rossi, Daniela Giordano (I), Monica Scattini, Enrico Montesano, Sergio Rubini
Nicolas Vaporidis "si produce" in una commedia sentimentale on the road Matteo Marini è un trentenne impiegato presso la Magic Planet Book, per cui redige pagine sugli antichi pecorini del Molise e altre delizie nazionali. Deciso a cancellare il debito della madre e un padre che ha dimenticato di crescerlo per girare il mondo, Matteo accetta di scrivere una guida sui luoghi romantici del Vecchio Continente. Scostante in amore e poco avvezzo ai sentimenti, si accompagna in giro per l'Europa con un fotografo cialtrone che ha allargato la compagnia a Valentina, ragazza intraprendente conosciuta in rete, e ad Anna, laureata da un giorno e prossima al matrimonio. Viaggiatore per lavoro e innamorato per caso, Matteo capitolerà sotto i dardi romantici di Anna, correggendone il destino e costruendo un'inedita geografia del cuore. Trasposizione di “InterRail”, pièce teatrale di Massimiliano Bruno, Tutto l'amore del mondo è una commedia sull'innamorarsi, dove tutto va come dovrebbe andare o come canone romantico vorrebbe. Per Matteo, Anna, Ruben e Valentina, innocuo quartetto in viaggio per l'Europa e dentro un racconto di formazione lezioso, il rischio fatale è l'amore, corteggiato “prima dell'alba” e consumato “dopo il tramonto”. Acquistato un biglietto di corsa semplice e lanciata lungo i binari e dentro le capitali dei paesi comunitari, la commedia romantica dell'esordiente Riccardo Grandi arranca dietro all'inesorabile e fisiologico soddisfacimento delle previsioni: l'instaurarsi di una relazione al tempo stesso attrattiva e repulsiva, il prevalere dell'attrazione sulla repulsione, il colpo di coda con rigurgiti di cariche repulsive (i nobili sentimenti degli amanti si corrompono nel confronto con le asprezze della realtà: un padre avido per Anna, un padre negligente per Matteo), fino all'assestamento finale e la neutralizzazione degli elementi esecrabili. Le decifrabili logiche del cuore provvederanno a innamorare infine i protagonisti, facendo tabula rasa delle rispettive convinzioni e spingendoli verso l'altare. Incerta di tono e debole di stile, Tutto l'amore del mondo adotta la formula del road movie intraprendendo un viaggio sentimentale da cui si riemerge segnati e modificati. Formatosi come regista di pubblicità e di video musicali, Riccardo Grandi non si lascia però condizionare dai suoi trascorsi se non per una certa labilità nella struttura unitaria del film, che si presenta come un insieme di scene risolte in sé. Questa intenzione ben asseconda la sceneggiatura che prevede un percorso a tappe, ognuna delle quali è carica di avvenimenti che si sommeranno e completeranno nell'epilogo risolutivo, dislocando il desiderio del quartetto adulto rispetto ai loro sogni di bambini. Ricalcando Closer, la commedia interpretata e prodotta da Nicolas Vaporidis chiude sull'elegante snellezza di Ana Morariu mentre avanza ondeggiando lieve e sorride a un'altra vita e a un attore che non ha mai trovato la magia e la capacità di essere creduto prima che ammirato. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Mine Vaganti |
Italia Arlecchino The Space Cinema Bologna Roma d'Essai Uci Cinemas Meridiana Jolly Giada Donfiorentini Multisala Cineci Cinemax Chaplin |
21:00 15:00 17:30 20:00 22:30 15:00 17:30 20:05 22:40 15:15 17:40 20:05 22:30 14:20 17:00 19:45 22:30 00:55 21:15 20:15 22:30 20:15 22:30 17:50 20:10 22:30 20:20 22:30 15:30 17:50 20:10 22:30 |
Un film di Ferzan Ozpetek, con: Riccardo Scamarcio, Nicole Grimaudo, Alessandro Preziosi, Ennio Fantastichini, Lunetta Savino, Elena Sofia Ricci, Ilaria Occhini, Bianca Nappi, Massimiliano Gallo, Paola Minaccioni, Emanuela Gabrieli, Carolina Crescentini, Giorgio Marchesi, Gianluca De Marchi, Daniele Pecci, Matteo Taranto, Carmine Recano
Versione brillante e conviviale dei conflitti familiari di Ozpetek Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariLa famiglia Cantone è proprietaria di uno dei più importanti pastifici del Salento. La nonna aprì l'azienda assieme al cognato, di cui è stata segretamente innamorata per tutta la vita, e ora quegli impulsi sopiti ricadono sulle abitudini di una famiglia schiava del perbenismo alto borghese. Il rientro a casa del rampollo più giovane Tommaso, trasferitosi a Roma per studiare economia e commercio, è il momento per la famiglia di sancire ufficialmente il passaggio della gestione aziendale ai due figli maschi. Tommaso è pronto a sconvolgere i piani del pater familias dichiarando apertamente la propria omosessualità e il desiderio di seguire aspirazioni letterarie, ma durante la cena ufficiale per festeggiare il nuovo corso aziendale, viene anticipato dal fratello maggiore Antonio che, dopo tanti anni di fedele servizio agli affari di famiglia, si dichiara omosessuale prima di lui e viene per questo espulso dalla casa e dalla direzione dell'azienda. Per non distruggere definitivamente l'orgoglio del padre, già colto da un collasso al momento della rivelazione, a Tommaso non resta altro che dissimulare le proprie preferenze sessuali e assecondare momentaneamente gli oneri familiari. Il cambio di registro non implica un cambio di mentalità. E il sentiero della commedia all'italiana non implica necessariamente una satira cinica e arguta. In questo senso, Mine vaganti non smentisce il peculiare interesse di Ozpetek per le varie forme di squilibrio dei rapporti sociali nel momento in cui all'interno di questi emergono bugie, amenità e piccole tragedie. Ma neanche la sua predisposizione ad assumere un atteggiamento liberale e progressista nei contenuti ma inguaribilmente "centrista" e conservatore nella forma. A dir la verità, l'incipit parrebbe dire il contrario, sottolineando una presa di coscienza da parte del regista italo turco delle proprie ossessioni. Ozpetek presenta infatti quasi in apertura l'immancabile scena di una grande tavolata di commensali e la sua tipica ripresa che percorre in circolo volti, nuche, bocche che parlano e che masticano. Stavolta però nella perfetta sincronia della tavola, inserisce un detonatore narrativo pronto a far saltare la buona forma delle apparenze e a dotare di ottimo slancio la successiva evoluzione del racconto. Ma è quando il gioco comincia a farsi più scoperto e ai veleni della satira si sostituiscono i balsami della morale, che si capisce che per Ozpetek la commedia sulla realtà della provincia non è tanto Signore & Signori quanto Il ciclone. Il suo modo di gestire gli attori, coordinare le loro performance e i relativi tempi comici, non è quello di chi ha intenzione di creare una vera "commedia queer all'italiana", sintesi di acume, sagacia e sensibilizzazione. I suoi personaggi non sono delle vere "mine vaganti", delle maschere intente a spostare i pigri equilibri del pensiero comune, ma piuttosto delle caricature bizzarre che si divertono alle spalle del perbenismo senza volerlo realmente criticare. E quel che è peggio è che la sua visione dell'Italia retrograda risulta ancor più passatista della mentalità che vorrebbe irridere per l'atteggiamento bonario e paternalista con cui la mette in scena. Per questo, sulle sequenze umoristiche quel che alla fine emerge è la contraddizione fra chi da una parte esalta lo scompiglio e dall'altra si appiglia alla prosecuzione del pensiero comune. Tanto che nell'incrocio di presente e passato, con l'ausilio di un canzoniere vintage che attinge indiscriminatamente al repertorio pop di varie decadi, alla commedia ozpetekiana manca solo l'esibizione di qualche telefono bianco. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Shutter Island |
The Space Cinema Bologna Uci Cinemas Meridiana Multisala Cineci |
16:05 19:10 22:20 16:00 19:10 22:15 17:30 20:00 22:30 |
Un film di Martin Scorsese, con: Leonardo DiCaprio, Mark Ruffalo, Ben Kingsley, Michelle Williams, Patricia Clarkson, Max von Sydow, Jackie Earle Haley, Emily Mortimer, Elias Koteas, Ted Levine, John Carroll Lynch, Christopher Denham, Nellie Sciutto, Tom Kemp, Curtiss Cook, Joseph McKenna, Ken Cheeseman, Joseph Sikora, Drew Beasley, Ruby Jerins, Damian Zuk, Gary Galone, Dennis Lynch
La scala a chiocciola di Scorsese conduce ad un regno fatto di misteri e ripetizioni Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariNel 1954, i due agenti federali Teddy Daniels e Chuck Aule vengono inviati con un battello a Shutter Island, a largo della costa est, per investigare sull'improvvisa scomparsa di una pericolosa infanticida residente presso l'istituto mentale Ashecliffe, Rachel Solando. Il direttore dell'istituto, il dottor Cawley, e i vari infermieri sostengono che la madre assassina si sia come dileguata dalla sua stanza senza lasciare alcuna traccia, ma l'agente Daniels pare nutrire fin dal principio dei forti sospetti sul modo di condurre l'ospedale da parte del dottor Cawley e del suo medico assistente, il dottor Naehring. Un uragano costringe i due agenti a protrarre il soggiorno sull'isola, durante il quale le indagini proseguono e particolari sempre più inquietanti emergono, mentre Daniels continua ad avere delle visioni che riguardano la moglie defunta e le sue esperienze di guerra contro gli ufficiali nazisti. Nell'anno del celebrato restauro di Scarpette rosse, due dei più grandi cineasti della modernità americana hanno pagato il loro personale tributo al capolavoro di Michael Powell e Emeric Pressburger. Francis Ford Coppola ne cita copiosamente delle parti in Tetro, mentre Scorsese, oltre ad averne curato in prima persona il restauro, struttura il suo Shutter Island come quella stessa infinita scala a chiocciola che viene percorsa da Vicky nel finale del film. Ma se il punto di riferimento è lo stesso, completamente opposti sono i sensi che guidano il loro operare. Per Coppola, Scarpette rosse è un modello da imitare, un ideale di rinascita da proporre al cinema contemporaneo ora che il mezzo digitale permette di tornare a quel tipo di fantasia immaginifica. Al contrario, per Scorsese quella spirale infinita rappresenta la capitolazione di un tipo di cinema che non è più riproducibile nell'era della simulazione e della ripetizione. La spirale è quindi la forma che sceglie per raccontare questa gothic novel che accumula strato dopo strato suggestioni, visioni, ricordi, angosce e paranoie per arrivare ad una soluzione finale che cerca di sciogliere i misteri e di sorprendere lo spettatore con un twist non troppo imprevedibile. Ma manipolare lo spettatore non è mai stato uno dei passatempi preferiti di Scorsese, quanto piuttosto l'idea di raccontare dei personaggi manipolati dall'impossibilità di aderire alla realtà. Con Shutter Island, il regista italo americano arriva in un certo senso a proporre la definitiva consacrazione dell'uomo avulso dalla realtà e della follia come forma unica di sopravvivenza. Per dare enfasi all'idea, riprende il suo personaggio quasi sempre per tagli trasversali o obliqui, insistendo nel catturarlo dal basso verso l'alto per enfatizzarne la distanza. Il personaggio di DiCaprio diviene così l'ennesimo man of violence della sua filmografia, colui che lotta brutalmente per cancellare la sua memoria e restare attaccato al proprio mondo. Ma eliminare i ricordi (le immagini, il cinema) significa inevitabilmente creare dei fantasmi, manipolare una serie di immagini preconosciute della Storia (cosa che fa nei ricordi dei campi di concentramento con il carrello che segue un'esecuzione quasi coreografica dei gerarchi nazisti all'ingresso del campo di Dachau) e, in ultima analisi, confessare l'impossibilità di far pace con la verità. Da questo punto di vista, Shutter Island porta a compimento un discorso che Scorsese pare condurre da quando il suo cinema si è fatto più ampio, più accademico: l'incapacità di raccontare un mondo dove non domina solo la violenza, ma soprattutto la dissimulazione, di immaginare qualcosa di nuovo laddove tutto appare una ripetizione, un rifacimento. In fondo alla sua scala a chiocciola fatta di mistero e di suspense, Shutter Island pare raccontare proprio questo: nell'era contemporanea, il sonno della ragione non genera più mostri, ma fantasmi, doppi, simulacri di qualcosa che è già stato visto o vissuto. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Avatar |
Uci Cinemas Meridiana The Space Cinema Bologna |
Versione 3D: 15:00 18:20 21:45 Versione 3D: 15:00 18:25 21:50 |
Un film di James Cameron, con: Sam Worthington, Zoe Saldana, Sigourney Weaver, Stephen Lang, Michelle Rodriguez, Giovanni Ribisi, Joel Moore, CCH Pounder, Wes Studi, Laz Alonso, Peter Mensah, Matt Gerald, Scott Lawrence, Sean Moran, Dileep Rao, Julene Renee, Jacob Tomuri, Noli McCool, Peter Dillon, Kevin Dorman, Dean Knowsley, Sean Anthony Moran, Amy Clover, Sean Patrick Murphy, James Pitt
James Cameron si conferma un regista capace di fondere spettacolarità e messaggio Consigliato: Assolutamente Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariJake Sully è un marine costretto su una sedia a rotelle che accetta di trasferirsi sul pianeta Pandora (distante 44 anni luce dalla Terra) in sostituzione del fratello morto. Costui era uno scienziato la cui missione era quella di esplorare il pianeta mediante un avatar. Essendo l'atmosfera del pianeta tossica per gli umani sono stati creati degli esseri simili in tutto e per tutto ai nativi che possono essere ‘guidati' dall'umano che si trova al sicuro dentro la base. Pandora però non è solo un luogo da studiare. È soprattutto un enorme giacimento di un minerale prezioso per la Terra su cui la catastrofe ecologica ha ridotto a zero le fonti di energia. Uomini d'affari avidi e militari si trovano così uniti nel tentativo di spoliazione del pianeta. C'è però un problema: gli indigeni Na'vi non hanno alcuna intenzione di farsi colonizzare. Il compito iniziale dell'avatar di Jake sarà quello di conoscerne usi e costumi e di farsi accettare all'interno delle loro comunità. Sarà così in grado di riferire se sia possibile sottometterli. Jake conosce così Neytiri, una guerriera Na'vi figlia del capo tribù. Da lei impara a divenire un guerriero molto diverso dal marine che è stato e se ne innamora ricambiato. Da quel momento la sua visione dell'impresa cambia. James Cameron è tornato e, ancora una volta, ha lanciato la sua sfida molto personale al mondo del cinema. Così come in Titanic, snobbato a torto dalla critica più vetero conservatrice, anche in Avatar decide di basare l'impresa su una sceneggiatura che a un primo sguardo non può non apparire decisamente semplice (anche se chi ha fatto facili e ironici riferimenti a Pocahontas ha dimenticato che la giovane indiana d'America visse, nella sua storia d'amore con John Rolfe, il percorso esattamente opposto a quello qui narrato). Cameron si rivela, proprio grazie agli stereotipi narrativi di cui fa ampio uso, un vero autore. Potrebbe sembrare un ossimoro ma non è così. Perché pesca citazioni a piene mani dalla storia del cinema (non rinunciando, ad esempio, a citarsi richiamando in servizio la Sigourney Weaver, un tempo Ripley, offrendole un'entrata in scena provocatoria con sigaretta accesa o attingendo per il personaggio di Tsu'tey al Vento nei Capelli di Balla coi lupi) ma riesce a trasferirle nelle proprie ossessioni narrative. Che sono quelle (tanto per citarne solo alcune) della scoperta di ‘Nuovimondi' da Abyss al già citato Titanic o del cosa significhi sentirsi alieno e sul cosa accade quando la prospettiva si rovescia. Ma è soprattutto il mistero delle dinamiche organiche naturali e del loro rapporto con la Scienza e con i suoi prodotti (siano essi macchine come in Terminator o corpi che sono al contempo un sé e un ‘altro da sé' come gli avatar) che lo affascina. Non facendogli però dimenticare che al pubblico (anche al più vasto, indispensabile per riassorbire gli enormi capitali investiti e trarre un profitto) non è sufficiente offrire la tecnologia più avanzata (che qui non manca). Non basta ‘stupirlo'. Anche se nel modo più accessibile è fondamentale suscitare un pensiero. In Titanic ci si immergeva alla ricerca di un tesoro e se ne riportava invece una traccia di memoria (il ritratto) che spingeva poi lo spettatore a interrogarsi su una nave che diveniva, senza superflue sottolineature, il simbolo della divisione in classi di una società. In Avatar, pensato 15 anni fa ma realizzato negli ultimi 4, la recente lezione della guerra in Iraq lascia le sue tracce profonde. Ancor più del discorso ecologico che sottende tutto il film (con la sua visione di un'energia panica da rispettare) è quello sulla facile etichettatura di nemici applicabile a coloro che posseggono le fonti energetiche che abbisognano ai più forti che maggiormente segna la narrazione. È storia di sempre, si dirà, già vista (al cinema) e sentita. Ma ci vogliono registi capaci di osare, consapevoli che tutte le storie sono già state narrate ma che alcune meritano di essere ribadite con tutta la forza della spettacolarità che è possibile mettere in campo. Avatar non sarà il film che rivoluzionerà la storia del cinema ma Cameron merita rispetto e ammirazione. Sa perché e su quali temi rischiare, in un'epoca in cui la grande maggioranza cerca l'incasso sicuro. Onore al merito. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Invictus - L'Invincibile |
Kursaal Vittoria Verdi Italia Lumiere Odeon Fossolo |
- 21:00 21:00 21:00 Lingua originale 17:30 19:45 22:15 15:00 17:30 20:00 22:30 17:30 20:10 22:30 |
Un film di Clint Eastwood, con: Morgan Freeman, Matt Damon, Tony Kgoroge, Patrick Mofokeng, Matt Stern, Julian Lewis Jones, Adjoa Andoh, Marguerite Wheatley, Leleti Khumalo, Patrick Lyster, Louis Minnaar, Penny Downie, Shakes Myeko, Sibongile Nojila, Bonnie Henna, Grant Roberts, Langley Kirkwood, Robert Hobbs
Eastwood affronta con ammirazione la figura di Nelson Mandela in un film assolutamente classico Consigliato: Assolutamente Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariNelson Mandela è il presidente eletto del Sud Africa. Il suo intento primario è quello di avviare un processo di riconciliazione nazionale. Per far ciò si deve scontrare con forti resistenze sia dalla parte dei bianchi che da quella dei neri. Ma Madiba, come lo chiamano rispettosamente i suoi più stretti collaboratori, non intende demordere. C'è uno sport molto diffuso nel Paese: il rugby e c'è una squadra, gli Springboks, che catalizza l'attenzione di tutti, sia che si interessino di sport sia che non se ne occupino. Perché gli Springboks, squadra formata da tutti bianchi con un solo giocatore nero, sono uno dei simboli dell'apartheid. Mandela decide di puntare proprio su di loro in vista dei Mondiali di rugby che si stanno per giocare in Sudafrica nel 1995. Il suo punto di riferimento per riuscire nell'operazione di riunire la Nazione intorno alla squadra è il suo capitano François Pienaar. Negli Stati Uniti all'uscita del film c'è chi ha affermato che il nome del protagonista si scriveva Mandela ma si pronunciava Obama. Chi la pensa così evidentemente non conosce nulla di Clint Eastwood. Clint è un repubblicano nel DNA, ha fatto campagna per McCain e attende gli esiti dell'Amministrazione democratica con una fiducia guardinga. Eastwood però è un conservatore illuminato e con il suo cinema ormai da tempo persegue una ricerca nel profondo degli elementi che possono, senza che nessuno perda la propria identità di base, provare a conciliare gli opposti. Lo ha fatto (solo per stare nel breve periodo) con Million Dollar Baby, con Flags of Our Fathers e Lettere da Iwo Jima e, in modo ancor più esplicito e rivolto al grande pubblico, con Gran Torino. In Invictus trova in Mandela (e in un totalmente mimetico Morgan Freeman) una sorta di supporto storico alla sua ricerca. Ciò che racconta non è frutto della fantasia di uno sceneggiatore ma trae origine dai fatti narrati nel libro di John Carlin "Playing the Enemy: Nelson Mandela and the Game That Made a Nation". Eastwood ne trae un film assolutamente classico sia per quanto riguarda lo stile visivo sia per quanto attiene ai due generi consolidati (biografia e cinema e sport) a cui fa riferimento. Si sente in lui e in Freeman la profonda ammirazione per Mandela con la consapevolezza (lo si dice anche a un certo punto facendo riferimento a una gaffe di una sua guardia del corpo a proposito della famiglia) del rischio dell'agiografia. Che viene sfiorato ma poi in definitiva evitato nel momento in cui si mostra come il desiderio di superare il devastante clima dell'apartheid parta dal cuore ma sia filtrato da uno sguardo razionalmente strategico. Mandela non è spinto dal sentimentalismo. I versi di "Invictus" imparati in prigione hanno rafforzato la tempra di un uomo che sa come raggiungere l'obiettivo rischiando in proprio ma sostenendo il rischio con una strategia ben definita. Lui che non sa granché di rugby non solo si tiene a fianco una sorta di trainer ma impara a memoria volti e nomi dei giocatori. Ha la fortuna di trovare in Pienaar un uomo che non dimentica di essere diventato un segno di divisione ma che non teme di mutare atteggiamento. La rudezza sul campo non è disgiunta dall'intuito e il modo in cui Eastwood ci mostra una partita di cui gli annali hanno già fissato l'esito sottolinea questa empatia. Due uomini, due squadre (gli Springboks e il ristretto staff presidenziale) e due ‘popoli' che compiono un primo, importante passo per iniziare a divenire una Nazione nel pieno e moderno senso del termine. Chi ha la parola ‘buonismo' sempre a portata di tastiera la sprecherà anche questa volta ricordando magari come in Sudafrica i problemi non siano tuttora completamente risolti. Dimenticando, al contempo, che ci sono film buonisti e buoni film. Invictus appartiene ai secondi. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Appuntamento con l'amore |
The Space Cinema Bologna |
14:55 20:05 |
Un film di Garry Marshall, con: Jessica Alba, Kathy Bates, Jessica Biel, Bradley Cooper, Eric Dane, Patrick Dempsey, Hector Elizondo, Jamie Foxx, Jennifer Garner, Topher Grace, Anne Hathaway, Ashton Kutcher, Queen Latifah, Taylor Lautner, George Lopez, Shirley MacLaine, Emma Roberts, Julia Roberts, Taylor Swift, Carter Jenkins, Wedil David, Megan Suri, Riju Raju Sam, Kathryn Le, Wendi McLendon-Covey, Alexis Peters, Jonathan Morgan Heit, Roberta Valderrama, Paul Vogt, Bryce Robinson, Shea Curry, Angelo Salvatore Restaino
Un film zuccheroso e poco fantasioso: la vittoria dei cioccolatini sul sentimento Consigliato: No *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariNella giornata di S. Valentino si incrociano diverse storie, tutte flebilmente unite tra loro. C'è l'italoamericano colmo di gioia per aver chiesto di sposarlo alla sua ragazza che di lavoro consegna fiori, c'è la press agent stressata e sempre sola, il reporter sportivo d'assalto relegato a fare costume, la donna soldato in licenza dal fronte, la maestra elementare che sembra aver finalmente trovato l'uomo giusto, il bambino di lei innamorato e il donnaiolo incallito. Tutto un campionario di modi diversi di approcciare il sentimento amoroso, il corteggiamento e il rapporto con l'altro sesso che converge nel giorno istituzionalmente cruciale per gli innamorati e per tutti quelli che non tollerano di non esserlo. Specialista in commedie sentimentali dall'esito banale e dallo scarso divertimento, sceneggiatore di professione con l'hobby della regia e grande esponente della vena più smaccatamente commerciale del cinema hollywoodiano Garry Marshall può segnare un'altra tacca sul manico della sua pistola. Ancora una volta ha realizzato un film dai valori produttivi vicini allo zero, scritto senza fantasia e girato in modo sciatto, che però può contare su un cast nutrito di star da sbattere in locandina e su un'idea di trama che attira coppiette al cinema come gli zombie sono attirati dai cervelli umani. Il film, che in originale si chiama Valentine's day e che in patria è uscito il giorno di S. Valentino (chiudendo il cerchio di un business plan da laurea ad honorem in marketing), non ha mancato di sbancare al box office anche se la melassa con cui è ricoperto toglie qualsiasi anche remoto elemento di interesse. Non si tratta di avere un atteggiamento romantico, di amare i racconti sentimentali o di lasciarsi coinvolgere dalla consapevole leggerezza di una commedia senza pretese (quello era il caso di Pretty woman, il grande successo di Marshall), quanto di accettare un prodotto più zuccheroso della confezione a forma di cuore di Baci Perugina, più svilente di una cartolina di auguri di S. Valentino e più biecamente indirizzato ai portafogli degli spettatori di un libro di consigli sentimentali in vendita al supermercato. Un conto è il piacere di un racconto leggero e scanzonato a lieto fine, sanamente commerciale, un altro è un prodotto realizzato male che scambia il sentimento con il sentimentalismo e (si spera) lascia delusa anche la neocoppietta più sdolcinata. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Chloe - Tra seduzione e inganno |
Odeon |
16:00 18:10 20:20 22:30 |
Un film di Atom Egoyan, con: Julianne Moore, Liam Neeson, Amanda Seyfried, Max Thieriot, R.H. Thomson, Nina Dobrev, Mishu Vellani, Julie Khaner, Laura DeCarteret, Natalie Lisinska, Tiffany Knight, Meghan Heffern, Arlene Duncan, Kathy Maloney, David Reale
Egoyan indaga le intemperanze e gli inasprimenti sentimentali, ritrovando un dolce domani Consigliato: Nì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariCatherine è inquieta. Ginecologa di successo, madre di un adolescente e moglie di un professore, è convinta che l'aereo perso dal marito dissimuli un tradimento. David da parte sua incrementa la gelosia della moglie, incoraggiando con sguardi e ammiccamenti studentesse, cameriere, assistenti. Ossessionata e sospettosa Catherine assolda e retribuisce una giovane escort per sedurre il marito e avere i dettagli di un suo potenziale adulterio. Chloe, spregiudicata nei gesti e abile con le parole, avvia il gioco, approcciando David in un caffè e riferendo a Catherine particolari erotici della consumata infedeltà. Tra incertezze e rivalità, desideri e attrazioni niente è come appare e niente andrà come previsto. Chloe, come pure le False verità, segnano uno scarto rispetto alla filmografia di Atom Egoyan, accumulando una serie di elementi di potenziale richiamo, anche pruriginosi, che sembrerebbero distinguerlo dal cinema introverso e problematico del regista armeno canadese. Eppure anche questa volta Egoyan procede costantemente oltre le superfici delle apparenze, insinuando e confermando dietro il glamour, il sesso, la messa in scena della nudità e di rapporti omosessuali, i temi e gli stilemi consueti del suo cinema. Chloe dichiara l'esplorazione del mistero dell'individuo attraverso una composizione non lineare del racconto che rende conto della complessità del reale e della stratificazione temporale dell'esperienza. Egoyan restringe progressivamente il cerchio d'azione e degli spazi, dalla strada alla casa, dalle architetture avveniristiche e dai paesaggi urbani di Toronto agli interni, mettendo a fuoco l'interiorità di personaggi repressi in pubblico e appagati in clandestinità. Mentre lo spazio viene sottoposto a un graduale processo riduttivo, il montaggio si frantuma con l'innesto di flashback e poi si ricompone a delineare l'interfaccia di passato e presente, di ciò che è stato o di ciò che probabilmente non è mai stato. Emotivamente fragili, perduti, ritrovati o sacrificati, i protagonisti di Egoyan precipitano in una crisi esistenziale e sentimentale che esploderà in un conflitto incrociato ed estenuante. Chloe aderisce a un genere preciso e a una drammaturgia riconoscibile: il family melodrama, territorio ideale e privilegiato su cui insediare personaggi a analizzarli al microscopio. Egoyan mette allora in scena l'amore e l'inganno, le scelte affettive sbagliate e l'inevitabile usura del tempo nei legami, il rimpianto per una perfezione che non esiste in un mondo finito e imperfetto e il superamento dei confini dell'altro, della sua intimità e della sua libertà interiore. Adottando il genere che più di altri simula l'ordine della vita, l'autore non è interessato a spiegare, interpretare o risolvere quanto a rappresentare gli scarti immaginari dei sentimenti. Il cuore pulsante di Chloe è Julianne Moore, espressione massima di garbo e grazia, eleganza e sofisticazione, risvegliata dal torpore dei sentimenti dalla ninfetta bionda e splendente di Amanda Seyfried. Tra il corpo musicale di Chloe e i sensi inattivi di Catherine si “accomoda” il marito inafferrabile di Liam Neeson, capace di (ac)cogliere il (ritrovato) dinamismo emozionale della compagna e di ricongiungersi a lei dentro un dolce domani. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Il concerto |
Cinemax Jolly |
20:20 22:30 15:30 17:50 20:10 22:30 |
Un film di Radu Mihaileanu, con: Aleksei Guskov, Dmitri Nazarov, François Berléand, Miou-Miou, Valeri Barinov, Anna Kamenkova Pavlova, Lionel Abelanski, Alexander Komissarov, Valeriy Barinov, Vasile Albinet, Ramzy Bedia, Ovidiu Cuncea, Maria Dinulescu, Roger Dumas, Guillaume Gallienne, Aleksandr Komissarov, Ion Sapdaru, Valentin Teodosiu, Jacqueline Bisset, Laurent Bateau, Mélanie Laurent
Un concerto per raccontare la Storia e accordare passato e presente Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariAndreï Filipov è un direttore d'orchestra deposto dalla politica di Brežnev e derubato della musica e della bacchetta. Rifiutatosi di licenziare la sua orchestra, composta principalmente da musicisti ebrei, è costretto da trent'anni a spolverare e a lucidare la scrivania del nuovo e ottuso direttore del Bolshoi. Un fax indirizzato alla direzione del teatro è destinato a cambiare il corso della sua esistenza. Il Théâtre du Châtelet ha invitato l'orchestra del Bolshoi a suonare a Parigi. Impossessatosi illecitamente dell'invito concepisce il suo riscatto di artista, riunendo i componenti della sua vecchia orchestra e conducendoli sul palcoscenico francese sotto mentite spoglie. Scordati e ammaccati dal tempo e dalla rinuncia coatta alla musica, i musicisti accoglieranno la chiamata agli strumenti, stringendosi intorno al loro direttore e al primo violino. La loro vita e il loro concerto riprenderà da dove il regime li aveva interrotti, accordando finalmente presente e passato. Con Train de vie Radu Mihaileanu “addolcì” la Shoa, circondandola di un'aura pienamente fantastica e organizzando una finta “autodeportazione” per evitare quella reale dei nazisti. Il suo treno carico di ebrei fintamente deportati ed ebrei fintamente nazisti riusciva a varcare come in una favola il confine con la Russia. Ed è esattamente nella terra che prometteva uguaglianza, salvezza e integrazione, che “ritroviamo” gli ebrei di Mihaileanu, musicisti usurpati del palcoscenico e della musica a causa della loro ebraicità. È un film importante Il concerto perché racconta una storia ancora oggi sconosciuta, la condizione esistenziale degli ebrei che vissero per quarant'anni nel totalitarismo. Andreï Filipov e i suoi orchestrali sono idealmente prossimi agli artisti che durante il regime di Brežnev si macchiarono dell'onta infamante del dissenso e furono cacciati dal paese o dai luoghi dove esercitavano la loro arte con l'accusa di aver commesso atti antisovietici. Costretti a vivere (e a morire) nei campi di lavoro della dittatura brezneviana o additati di fronte al mondo e al loro Paese come parassiti sociali, i protagonisti del film riposero gli strumenti per trent'anni e ripiegarono su esistenze dimesse e mestieri svariati: facchini, commessi, uomini delle pulizie, conducenti di autoambulanza, doppiatori di hard movie. Il regista rumeno li sorprende in quella vita (ri)arrangiata e offre loro l'occasione del riscatto artistico e della reintegrazione nel loro ruolo. Come Gorbaciov, Mihaileanu restituisce alla Russia un patrimonio umano e intellettuale, concretato nel Concerto per Violino e Orchestra di Tchaikovsky, diretto da Filipov nell'epilogo e metafora evidente della relazione tra il singolo e la collettività. Positivo del negativo Wilhelm Furtwängler, celebre direttore della Filarmonica di Berlino convocato di fronte al Comitato Americano per la Denazificazione, l'Andreï Filipov di Alexeï Guskov è un fool, un'anima gentile dotata come lo Shlomo di Train de vie di un talento per l'arte della narrazione e della finzione, che conferma la predilezione del regista per l'impostura a fin di bene e contro la grandezza del Male. Ancora una volta è la musica ad accordare gli uomini. In un'amichevole gara musicale tra due etnie perseguitate (ebrei e gitani) o nella forma del Concerto per Violino e Orchestra, due sezioni che formano un'irrinunciabile unità emozionale. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Piovono polpette |
Nuovo |
21:00 |
Un film di Phil Lord, Chris Miller, con: Bill Hader, Anna Faris, James Caan, Neil Patrick Harris, Bruce Campbell, Andy Samberg, Mr T, Bobb'e J. Thompson, Benjamin Bratt, Oreste Baldini, Domitilla D'Amico, Angelo Nicotra, Massimo De Ambrosis, Roberto Draghetti, Stefano Crescentini, Al Roker, Lauren Graham, Will Forte, Max Neuwirth, Peter Siragusa, Angela Shelton
Un film che sa parlare di sovralimentazione divertendo dall'inizio alla fine Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariFlint Lockwood fin da piccolo ha avuto la passione per le invenzioni ma c'era sempre qualcosa che non andava a buon fine. Come quando aveva inventato lo spray che creava dal nulla scarpe che aderivano perfettamente al piede dimenticando però di inventare il modo per poterle sfilare. Divenuto adulto, e abitando in un'isola la cui unica produzione fonte di alimentazione sono le sardine, prova ad inventare un marchingegno che trasformi l'acqua in alimenti. Anche in questo caso sembra destinato al fallimento ma quando, per un eccesso di energia, la macchina finisce con l'essere lanciata nel cielo sopra l'isola accade un fatto mai visto prima. I fenomeni atmosferici si trasformano in precipitazioni di cibo. Flint diventa famoso e al suo fianco c'è Sam Sparks, una giornalista addetta alle previsioni meteo di una televisione. Anche lei non è mai stata una vincente e ora si troverà ad affrontare con lui un periodo di gloria che può trasformarsi in disastro. Charles Miller e Phil Lord, basandosi sul libro illustrato di Judi e Ron Barret, hanno realizzato uno dei menù più equilibrati del cinema di animazione recente. Il loro film non solo è in grado di rivolgersi (al di là degli effetti 3D) a un pubblico sia infantile che adulto ma riesce anche ad essere un'occasione di riflessione di carattere sociale. Ricco di colore e di trovate narrative che si susseguono con un buon ritmo Piovono polpette affronta un tema più che mai attuale (negli States ma non solo) come è quello della sovralimentazione. Il sindaco che diventa iperobeso ne è il più degno rappresentante ma è l'intera collettività che si ritrova compatta e felice in un'orgia di cibo tanto colorata quanto progressivamente pericolosa. Tutto questo viene detto e mostrato senza la minima tentazione predicatoria e rafforzato con l'inserimento di numerose sottotematiche. Si va dal rapporto con l'accigliato padre (il termine è quanto mai appropriato) che non ha mai capito e condiviso la passione del figlio per le invenzioni e grazie al quale perde il proprio lavoro alla timida love story tra i due nerds Flint e Sam. Ma non viene dimenticata neppure l'ambivalenza dei politici pronti a cavalcare qualsiasi tigre pur di potersi ritagliare uno spazio di gloria personale. In tutto questo il divertimento non viene mai meno. A partire dall'inizio, in cui il simbolo della Columbia Pictures viene travolto da…Entrate per tempo in sala e lo saprete. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Soul Kitchen |
Tivoli |
20.30 -22.30 |
Un film di Fatih Akin, con: Adam Bousdoukos, Moritz Bleibtreu, Birol Ünel, Anna Bederke, Pheline Roggan, Lukas Gregorowicz, Dorka Gryllus, Wotan Wilke Möhring, Demir Gökgöl, Zarah Jane McKenzie, Jan Fedder, Peter Lohmeyer, Maria Ketikidou, Catrin Striebeck, Marc Hosemann, Cem Akin, Gustav-Peter Wohler
Una commedia furbissima che mescola buoni sentimenti, alta cucina e musica di prima scelta Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariAd Amburgo, un cuoco di origine greca, Zinos, gestisce un infimo ristorante denominato Soul Kitchen. La clientela abituale sono i rozzi abitanti della periferia, interessati solo a tracannare birra e ingurgitare piatti surgelati o preconfezionati. Dentro e fuori dal Soul Kitchen ruota tutto il microuniverso di Zinos e relativi problemi: l'ambiziosa e viziata fidanzata Nadine è una giornalista rampante in partenza per la Cina, il fratello Illias un ladruncolo in libertà vigilata con il vizio del gioco, la cameriera Lucia è aspirante artista che vive in un appartamento occupato abusivamente e un vecchio compagno di scuola, Neumann, è disposto a tutto pur di comprare il locale e rilevarne il terreno. Un'ernia al disco improvvisa impone a Zinos delle sedute di fisioterapia e gli inibisce l'uso cucina, così che viene assunto un nuovo cuoco esperto di haute cuisine che, dopo uno scetticismo iniziale, trasforma il ristorante in un locale molto in voga capace di offrire buon cibo e musica soul. Fatih Akin è un abile deejay del mondo del cinema, un giovane autore che ha saputo costruire un suo linguaggio melodico a partire da un'antologia di stili della New Hollywood di Scorsese, Schlesinger e Bob Rafelson. Questa eredità del cinema americano moderno, con la quale aveva finora raccontato i margini di una società multiculturale in pieno dissidio, pervade anche nell'atmosfera conviviale e disinvolta di Soul Kitchen. Cimentandosi con una vera commedia edificante, il giovane regista turco tedesco mette da parte il tema del viaggio e delega il percorso di emancipazione sociale e di ricerca delle origini, alla musica (come nel documentario Crossing the Bridge) e all'elogio dell'edonismo. Akin pone attenzione ai corpi e ai loro bisogni primari: dal cibo al sesso, dall'alcool alla danza (passando per il mal di schiena), così che i suoi personaggi, liberati dalla necessità di affrancarsi dal proprio retaggio culturale, agiscono nel nome di un puro principio di piacere. Allo stesso modo, punta all'occhio e al ventre dello spettatore: costruisce il suo film come un piatto sofisticato di nouvelle cuisine, o meglio, come una playlist di musica accattivante, facendo molta attenzione a creare mediante una serie di gag fisiche una sinergia fra movimenti dei personaggi, movimenti di macchina e ritmo dei brani della colonna sonora. È una strategia molto furba e molto ricercata, elaborata da un regista che ha già compreso le tendenze del nuovo cinema della post globalizzazione (vedi The Millionaire): le storie che intrecciano società multietniche, una regia dinamica, buona musica e un lieto fine sono destinate a vendere (e incassare) in tutto il mondo. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| An Education |
Galliera |
20.30 - 22.30 |
Un film di Lone Scherfig, con: Peter Sarsgaard, Carey Mulligan, Alfred Molina, Dominic Cooper, Rosamund Pike, Olivia Williams, Emma Thompson, Cara Seymour, Matthew Beard, Sally Hawkins, Amanda Fairbank-Hynes, Ellie Kendrick, William Melling, Connor Catchpole, Kate Duchène, Bel Parker
About a Girl. Nick Hornby dalla parte delle ragazze in un piccolo racconto di vita Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionari1961, sobborgo di Twickenham, Londra. Jenny ha sedici anni e studia con passione per farsi ammettere a Oxford. Al di là di questa meta, sulla quale suo padre vigila con insistenza, conduce una vita grigia come la divisa della scuola, almeno fino a quando l'incontro fortuito col trentenne David non gliene mette di fronte una luccicante come un tubino di paillettes. David conquista la fiducia del padre e porta Jenny là dove non avrebbe mai creduto di arrivare: nei jazz club, alle aste di opere d'arte, perfino a Parigi. L'università sembra non essere più così importante; eppure ci sono tante cose che Jenny ancora non sa, soprattutto a proposito di David. Nick Hornby si sperimenta per la prima volta come sceneggiatore adattando il breve memoriale della giornalista inglese Lynn Barber, apparso sulla rivista Granta. Dirige la danese Lone Scherfig, la quale, proprio in quanto straniera, pone un'attenzione meritevole alla ricostruzione culturale del periodo. Hornby suggerisce probabilmente anche le musiche, da appassionato pop listener quale è. Il risultato è un film di ingredienti molto saporiti che corre nella prima parte e fa marcia indietro nella seconda. Mentre Jenny cambia look, sotto il nostro sguardo e quello soddisfatto di David, il nostro sguardo su David cambia insieme a quello di Jenny, si offusca, non senza dispiacere, non senza aumentata curiosità. È in questa dinamica che sceneggiatore e regista danno il meglio evitando di fare di Jenny una vittima tout court (“hai visto le dirà l'amico di David e non hai detto niente”) e siringando nel personaggio del seduttore una fiala di dolore, quasi lui stesso si fosse illuso davvero, con Jenny e con noi. I due protagonisti, Carey Mulligan e Peter Sarsgaard sono perfetti nel difetto: lei con i suoi ventiquattro anni che traspaiono dal contorno degli occhi e raccontano da soli prima la voglia di Jenny di anticipare il proprio futuro e poi il peso di averlo fatto, lui con quegli abiti eleganti e un po' da artista, su un corpo da giovanottone appesantito. Entrambi fuori tempo, personaggi da “prima della rivoluzione”, come lo è la periferia inglese qualche anno prima che “tutti facciano l'amore a Londra” (per storpiare il titolo di un documentario sulla Swinging London). Ad un certo punto del film il respiro è ampissimo: tutto può succedere; poi le porte si chiudono, si rientra. Non è un grande romanzo di formazione, è un piccolo racconto di vita e sta comodo nella dimensione che si è dato. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Tra le nuvole |
Bellinzona D'essai |
20:30 22:30 |
Un film di Jason Reitman, con: George Clooney, Vera Farmiga, Anna Kendrick, Jason Bateman, Danny McBride, Melanie Lynskey, Amy Morton, Sam Elliott, J. K. Simmons, Zach Galifianakis, Chris Lowell, Adam Rose, James Anthony, Dave Engfer, Steve Eastin, Marvin Young, Lucas MacFadden, Adrienne Lamping, Tamala Jones
Viaggio di piacere con Reitman, ma il cinismo si perde per la strada Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariRyan Bingham è un uomo affascinante, un abilissimo tagliatore di teste ed è libero come l'aria. Nel cielo, appunto, trascorre la maggior parte del proprio tempo, in trasferte di lavoro, agognando il prestigioso club dei dieci milioni di miglia. Ma qualcosa accade, tra un aereo e l'altro. Nathalie, una ragazzina neolaureata ha convinto il suo capo che viaggiare è dispendioso e si può benissimo licenziare in videoconferenza, minacciando di riportare Ryan a terra proprio quando il nostro ha da poco incontrato Alex, una trentenne che pare la sua fotocopia al femminile, così orgogliosamente sola da fargli venir voglia di non esserlo più. Aaron Ekhart persuadeva gli altri, George Clooney persuade se stesso. Si convince che sia possibile vivere senza legami, che i rapporti siano una zavorra, che leggeri si vola più alto. La realtà delle cose, in questo terzo film così come nell'esordio di Reitman, s'inganna con la distrazione. Basta muoversi velocemente, procurarsi un trolley con ruote scorrevoli e saper apprezzare le offerte e i comforts del villaggio aeroportuale. Il film gli dà ragione: è quando si creano delle relazioni che il meccanismo s'inceppa e ci si rende conto che sfrecciare sopra le nuvole è come stare fermi; che il vero viaggio, nella vita, è un altro. Jason Reitman sa creare dei personaggi che non si dimenticano in fretta, fuori dalla norma e sul bordo sdrucciolevole della morale, eppure pieni di naturalezza, grazie alla solidità delle sceneggiature e degli attori che chiama ad incarnarli. Questa volta fa addirittura un passo in più, confondendo testo e paratesto, assoldando lo scapolo d'oro di Hollywood per fargli interpretare il ruolo di un uomo che s'illude di poter stare da solo ma dovrà arrendersi un giorno, e – giù dallo schermo coronare la favola. Fuori di dubbio è anche il talento del regista per i dialoghi e il ritratto “senza filtro” delle piccole spietatezze quotidiane, siano esse d'ambientazione scolastica o professionale. Anche qui, Tra le nuvole segna un aumentato bisogno di veridicità e porta in scena un contesto attuale e una ventina di disoccupati veri, mescolati agli attori professionisti, ma non per questo indistinguibili. Eppure, malgrado la naturalezza con cui Clooney indossa i mocassini di Ryan Bingham, malgrado la verità che fa da set alla finzione, c'è qualcosa di troppo scritto e lineare in quest'opera terza rispetto alle precedenti. Il bello di Juno era che era contraddittorio come l'età che raccontava, canticchiava un sentimento profondo senza bisogno di un arrangiamento in tutta regola; Tra le nuvole, al contrario, va spedito come un volo intercontinentale, dice quel che intende dire e non altro, e l'imprevisto all'arrivo fa in qualche modo parte del pacchetto di viaggio. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Crazy Heart |
Nuovo Nosadella |
17:30 21:30 |
Un film di Scott Cooper, con: Jeff Bridges, Maggie Gyllenhaal, Robert Duvall, Ryan Bingham, Rick Dial, Debrianna Mansini, Jerry Handy, Ryil Adamson, J. Michael Oliva, David Manzanares, Chad Brummett, Tom Bower, Beth Grant, Annie Corley, James Keane, Anna Felix, Paul Herman
Cinema di luoghi più che di volti, tutti troppo puliti, ma per fortuna c'è Jeff Ne ha viste di cose nella sua vita Bad Blake, cantante country dal passato illustre e il presente affumicato da sigarette e annegato negli alcolici scadenti dei locali di provincia dove si esibisce per pochi spiccioli. Ha visto 4 matrimoni, un pupillo che suonava nella sua band e ora è ricco e famoso ma al quale non intende aprire i concerti, infiniti paesaggi delle praterie texane e un numero impressionante di motel. A 56 anni suonatissimi la sua vita potrebbe finire da un momento all'altro, se non lo stronca prima la salute saranno i debiti, e a lui del resto non sembra importare molto. Almeno finchè non incontra Jean e Buddy. Il country è una musica fatta da pochi accordi che si ripetono, nella quale non conta molto l'originalità dell'armonia quanto le parole e l'interpretazione. Come per i bluesman, un buon cantante country ha vissuto e quella vita finisce nelle canzoni. Non siamo quindi lontani da un certo modo di fare cinema ad Hollywood, dove su schemi e dinamiche che si ripetono uguali a se stessi di film in film spesso si innestano interpretazioni o variazioni in grado di fare la differenza. Così è anche per Crazy heart, modellato sul tipico racconto di caduta e ascesa in accordo al mito della seconda occasione (come avevamo già visto recentemente in The Wrestler), che pur non variando molto da quello che ci si aspetta sa incastrare il racconto di un uomo votato all'autodistruzione in un discorso più grande sulla cultura popolare americana vista attraverso la sua musica. E lo fa attraverso l'impegno e la dedizione al lavoro di un Jeff Bridges bravissimo, come sempre è, ma stavolta più in evidenza del solito. Vedere un film del genere senza conoscere la cultura country, senza comprendere le parole delle canzoni cantate e con un doppiaggio che annulla tutto il lavoro di cesello fatto sulle inflessioni dialettali è una vera violenza nei confronti di un'opera che su questo punta per dare autenticità alla parabola di uno sfasciato tutto americano, un cantante "che fu grande" e che ora va avanti a sigarette e alcohol. Se infatti Bridges ha una faccia convincente e autentica per il proprio personaggio, intorno a sè ha un cast di attori di primo piano, facce pulite da Hollywood che stonano addosso a personaggi volgari di provincia e che non aiutano a sporcare di autentica polvere desertica questa storia scaldacuore. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Lourdes |
Antoniano |
18.30 - 20.30 -22.30 |
Un film di Jessica Hausner, con: Sylvie Testud, Léa Seydoux, Bruno Todeschini, Elina Löwensohn, Elina Lowensohn, Katharina Flicker, Linde Prelog, Heidi Baratta, Jacky Pratoussy, Walter Benn, Hubert Kramar, Helga Illich, Thomas Uhlir, Irma Wagner, Gilette Barbier, Gerhard Liebmann
La ricerca laica della felicità nel luogo sacro di Lourdes Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariChristine è una giovane donna costretta sulla carrozzella dalla sclerosi multipla. Rassegnata alla sua condizione di ‘ferma', partecipa a un pellegrinaggio a Lourdes, con la speranza di riacquistare un po' di fiducia nella vita. Sorride sempre, cerca la conversazione con i piacenti giovani volontari dell'organizzazione, si appiglia all'espressività del volto, l'unica parte del corpo che riesce a muovere. Alla gita spirituale partecipano malati nel fisico e nella mente, tutti parte di un micro mondo abituato alla solitudine e scivolato nell'individualismo. Quando i giorni di vacanza stanno per concludersi, accade il miracolo: Christine, piano piano, riacquista sensibilità alle dita, poi alle braccia e alle gambe, fino ad appoggiare i piedi a terra e cominciare a camminare. La guarigione improvvisa sorprende tutti e inaugura crudeli invidie tra i compagni. Nel frattempo Christine si gode il piccolo momento di felicità, ancora incerta sul suo precario futuro. Christine si fa volere bene da tutti. È dolce, buffa e curiosa, ma anche delicata e riservata, laconica, come se il suo blocco fisico le avesse rubato anche le parole. Sembra non pretendere nulla da nessuno, prega molto meno rispetto agli altri compagni di viaggio, si lascia vivere disperata. Lo sfogo dell'inquietudine che la divora avviene solo davanti a dio, in confessionale, dove si dichiara colpevole di invidia per le persone ‘normali'. Ma cosa vuol dire essere normali? Affidarsi alla casualità di un miracolo? La ricerca di felicità e integrazione passa attraverso la sofferenza, sempre. La Chiesa tentenna, abbozza delle risposte semplicistiche, inconsapevolmente esilaranti. Colpevolizza l'animo peccaminoso e si toglie il pensiero. La controparte laica (i volontari dell'Ordine di Malta) sembra aver smesso di credere ai miracoli da lungo tempo; così si lascia andare a barzellette che prendono in giro la Madonna, o a sguardi accusatori e perplessi che mettono in grave difficoltà le prediche del sacerdote. La normalità, per loro, è solo uno specchio dove riflettere se stessi: tutti sono regolari ed eccentrici allo stesso tempo. La forza dissacrante del dubbio travolge Lourdes, il luogo della speranza per eccellenza, trasformandola in un angolo di mondo straniante dove l'illusione del miglioramento, spirituale e fisico, si vende al prezzo di pacchiane statuette souvenir, e il misticismo si offre a colazione, assieme al caffè caldo. Lo stile minimalista della regista mette in luce il paradosso della sacralità, soffermandosi sugli aspetti profani. Per farlo, tocca ambienti e toni conosciuti, omaggiando lo scetticismo di Kaurismäki e l'ironia sottile del francese Jacques Tati. Ogni scena corrisponde ad un quadro fisso (tra le più belle, la sequenza iniziale della silenziosa e apatica preparazione della sala da pranzo), ogni azione è inserita sapientemente in un'armonia di geometrie e colori che gioca su contrasto e opposizione. Il processo narrativo si costruisce così sul susseguirsi di piccole sequenze che si muovono al ritmo di un'altalena perpetua. Christine va avanti, riacquista l'uso delle gambe, sfiora la felicità (si innamora, balla e canta come un'adolescente) ma poi ritorna un po' indietro, cade di nuovo nell'assurdità della vita quotidiana, imprigionata, come tutti, in una condizione di dubbi e continui assetti di volo. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| La prima cosa bella |
Orione |
20:30 22:30 |
Un film di Paolo Virzì, con: Valerio Mastandrea, Micaela Ramazzotti, Stefania Sandrelli, Claudia Pandolfi, Marco Messeri, Aurora Frasca, Giacomo Bibbiani, Giulia Burgalassi, Francesco Rapalino, Isabella Cecchi, Sergio Albelli, Fabrizia Sacchi, Dario Ballantini, Paolo Ruffini, Emanuele Barresi, Fabrizio Brandi, Michele Crestacci, Bobo Rondelli, Paolo Giommarelli, Giorgio Algranti, Riccardo Bianchi, Giacomo Bibiani
Commedia drammatica colma di sentimenti e spoglia di sentimentalismi Consigliato: Assolutamente Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariBruno Michelucci è infelice. Insegnante di lettere a Milano, si addormenta al parco, fa uso di droghe e prova senza riuscirci a lasciare una fidanzata troppo entusiasta. Lontano da Livorno, città natale, sopravvive ai ricordi di un'infanzia romanzesca e alla bellezza ingombrante di una madre estroversa, malata terminale, ricoverata alle cure palliative. Valeria, sorella spigliata di Bruno, è decisa a riconciliare il fratello col passato e col genitore. Precipitatasi a Milano alla vigilia della dipartita della madre, convince Bruno a seguirla a Livorno e in un lungo viaggio a ritroso nel tempo. Le stazioni della sua “passione” rievocano la vita e le imprese di Anna, madre esuberante e bellissima, moglie di un padre possessivo e scostante, croce e delizia degli uomini a cui si accompagna senza concedersi e a dispetto delle comari e della provincia. Domestica, segretaria, ragioniera, figurante senza mai successo, Anna passa attraverso i marosi della vita col sorriso e l'intenzione di essere soltanto la migliore delle mamme. A un giro di valzer dalla morte, sposerà “chi la conosceva bene” e accorderà Bruno alla vita. È cosa nota ma è bene ribadirlo. Se si cerca un erede convincente della grande tradizione della commedia all'italiana, quello è indubbiamente Paolo Virzì. Lo è per attitudine, scrittura, sguardo. Per la modalità di immergersi nell'anima vera e nera del nostro paese, producendo affreschi esemplari e spaccati sociologici precisi. Archiviata la Roma dei call center e della solidarietà zero (Tutta la vita davanti), il regista livornese torna in provincia con una commedia drammatica e col professore depresso di Valerio Mastandrea, che spera un giorno di “ingollare” quella madre che non va né giù né su ma che ugualmente suscita un'irresistibile attrazione. Indietro nel tempo e al centro del film c'è allora una mamma, l'affettuosa e “disponibile” Anna di Micaela Ramazzotti, idealmente prossima alla Adriana di Antonio Pietrangeli (Io la conoscevo bene), sedotta dalle persone e dagli avvenimenti ma trattenuta e contenuta dall'amore filiale. Se Adriana fosse sopravvissuta alle malignità di un cinegiornale e a un volo dalla finestra della sua camera, avrebbe adesso due figli e un cancro nella Livorno e nel cinema di Virzì. Perché Anna, mamma negli anni Settanta, è come Adriana vittima del torpore psicologico della provincia e della diffusa incomprensione maschile, da cui non sono immuni il figlio e il marito. A interpretarla nel tempo presente e nel letto di un hospice, centro di accoglienza e ricovero per malati terminali, è appunto Stefania Sandrelli, che trova per il suo personaggio (tra)passato un destino più dolce. La prima cosa bella nel film di Virzì è proprio il personaggio di Anna che, libera e priva di pregiudizi, vive in uno stato di perenne disponibilità nei confronti della vita, offrendo agli uomini quello che può e ai figli quello che sente. Dotata di un'autenticità insolita e una femminilità impropria in un mondo di persone “normali”, Anna è insieme amata e invisa al figlio, che ripudia il candore scandaloso della madre e trova rifugio senza pace nella fuga. Rientrato suo malgrado nella vita di provincia come un adolescente dopo l'ennesima evasione, Bruno indaga un'unità difficile da trovare dentro i silenzi e il dolore compresso. La famiglia rappresenta allora il cuore della commedia, condita con robuste iniezioni di popolarità e ghiotte cadenze toscane, dentro il quale ci tuffa e si tuffa il figlio dolente di Mastandrea, incontrando i fantasmi del passato e contrattando il proprio posto nel mondo. La prima cosa bella si appoggia su un coro di attori efficaci nel sapere stare dentro e fuori i personaggi, finendo per dare forma a una felice e insieme scriteriata idea di famiglia. Dalla meravigliosa inadeguatezza di Mastandrea deriva poi l'equilibrio tra ironia e malinconia che è la cifra di una commedia colma di sentimenti e spoglia di sentimentalismi. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| L'uomo che verrà |
Lumiere |
15:30 17:45 20:15 22:30 |
Un film di Giorgio Diritti, con: Alba Rohrwacher, Maya Sansa, Claudio Casadio, Greta Zuccheri Montanari, Stefano Bicocchi, Eleonora Mazzoni, Orfeo Orlando, Diego Pagotto, Bernardo Bolognesi, Stefano Croci, Zoello Gilli, Timo Jacobs, Raffaele Zabban, Greta Zucchi Montanari, Vito, Francesco Modugno, Maria Grazia Naldi, Laura Pizzirani
L'eccidio di Monte Sole visto attraverso una collettività di sguardi e una prospettiva di speranza Consigliato: Assolutamente Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariAlle pendici di Monte Sole, sui colli appenninici vicini a Bologna, la comunità agraria locale vede i propri territori occupati dalle truppe naziste e molti giovani decidono di organizzarsi in una brigata partigiana. Per una delle più giovani abitanti del luogo, la piccola Martina, tutte quelle continue fughe dai bombardamenti e quegli scontri a fuoco sulle vallate hanno poca importanza. Da quando ha visto morire il fratello neonato fra le sue braccia, Martina ha smesso di parlare e vive unicamente nell'attesa che arrivi un nuovo fratellino. Il concepimento avviene in una mattina di dicembre del 1943, esattamente nove mesi prima che le SS diano inizio al rastrellamento di tutti gli abitanti della zona. L'eccidio di Marzabotto è uno di quegli episodi che premono sulla grandezza della Storia per stringerla dentro alla dimensione del dolore del singolo. Per raccontare quella strage degli ultimi giorni del nazifascismo nella quale vennero uccisi circa 770 paesani radunati nelle case, nei cimiteri e sui sagrati delle chiese, Giorgio Diritti si affida a un proposito simile a quello del suo precedente Il vento fa il suo giro: partire dalla lingua del dialetto per raccontare una comunità e dal linguaggio del cinema per costruire un messaggio sull'identità culturale. Rispetto al lungometraggio d'esordio, L'uomo che verrà si confronta direttamente con la memoria storica e tende a ricostruire la storia del massacro in modo strategico ma senza risultare affettato, puntando sul lato emozionale ma mai ricattatorio della messa in scena. Non più il punto di vista di uno straniero che tenta di confondersi e integrarsi con quello di una comunità ostile, ma quello di un piccolo membro di una collettività, Martina, che si congiunge e si scambia con quello di tutte le vittime della strage. Per rendere questa idea, Diritti riscopre la fluidità delle immagini e, lontano dal facile realismo delle immagini sgranate girate con macchina a mano, costruisce scene a volte statiche e a volte in movimento, inquadrature fisse e piani sequenza, ma sempre modulati in funzione dei movimenti e delle emozioni della comunità rurale. La funzione patemica si concede un solo, brevissimo ralenti durante la scena dell'esecuzione, e delega il suo lavoro a delle semi soggettive a lunga e media distanza dall'evento. La “visione con” di queste inquadrature diviene “con divisione” di punti di vista e di emozioni sulla tragedia: dietro a quelle nuche che affiorano dai margini delle inquadrature fino ad occludere la visibilità degli scontri, c'è il progetto di una personificazione dello sguardo nella strage, l'idea che dietro ad ognuna di quelle morti ingiustificabili ci sia sempre un corpo e un punto di vista. Sguardi nella tragedia che si fanno sguardi sulla tragedia, per il modo in cui questo visibile parziale richiede il nostro coinvolgimento ottico ed emotivo. La distanza che fin dall'inizio pone l'antico dialetto bolognese si annulla così grazie alle scelte di messe in scena di Diritti, che elabora un modo di vedere la guerra dove non c'è bisogno di suddivisioni manichee o di una crudeltà pittoresca per comprendere da che parte stare. Per capire che i “partigiani” di oggi sono quelli che sanno collocare il proprio sguardo sul passato in prospettiva di un futuro pacifico di condivisione che ci riguarda tutti. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Io, loro e Lara |
Perla |
21.30 |
Un film di Carlo Verdone, con: Carlo Verdone, Laura Chiatti, Anna Bonaiuto, Marco Giallini, Sergio Fiorentini, Angela Finocchiaro, Olga Balan, Agnese Claisse, Tamara di Giulio, Cristina Odasso, Giorgia Cardaci, Marco Guadagno, Roberto Sbaratto, Loukoula Letizia Sedrick Boupkouele, Antoinette Kapinga Mingu, Nimata Carla Akakpo, Gianfranco Mazzoni, Valeria Ceci, Marco Minetti
Sotto gli abiti scuri di don Carlo, Verdone parla di tutto tranne che di religione assolvendo "una certa parte della chiesa" Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariDopo più di un decennio come missionario don Carlo torna a Roma dove ritrova la sua famiglia normalmente allo sbando (un fratello cocainomane che si è dato alla finanza e una sorella mamma di adolescenti emo, entrambi ordinariamente ipocriti). Il nucleo già abbastanza frammentato è messo ulteriormente alla prova dall'arrivo della seconda vita del padre il quale, ormai vedovo, ha un'amante slava di nome Olga molto più giovane di lui con la quale si sente rinato e che vizia senza sosta. Proprio la morte dell'amante tuttavia costringerà don Carlo ad entrare in contatto con Lara, figlia di Olga, diventata proprietaria della casa che una volta apparteneva alla famiglia e dunque capace di tenere i tre fratelli in scacco perchè l'aiutino ad ottenere l'affidamento del figlio. Come sotto il don Giulio di La messa è finita si intravedevano i problemi di Michele Apicella (cioè Nanni Moretti), anche sotto gli abiti scuri di don Carlo si intravedono i personaggi nevrotici e incompresi che lottano contro le difficoltà della vita che Verdone ha interpretato da Borotalco in poi. Sebbene diverso dal film di Moretti anche Io loro e Lara usa la figura del prete per parlare di tutto tranne che di religione, i due personaggi compiono anche un percorso simile (arrivo da un luogo lontano, scoperta dello stato delle vite dei propri cari incompatibile con la propria professione, frustrazione, ritorno nel luogo lontano) sebbene con spirito diametralmente opposto perchè don Carlo cerca materialmente di risolvere i problemi che lo circondano e non di trovare un più astratto equilibrio per fare il proprio lavoro. Carlo Verdone questa volta mette la meschinità al margine del proprio film riservandola per i caratteri di contorno, al centro c'è l'etica e la morale del suo don Carlo, che perfetto non è, nè tantomeno incrollabile nella sua aderenza ai dogmi cristiani ma sa bene cosa è giusto e cosa no. E forse è proprio questa consapevolezza, che è anche del regista, a rendere Io loro e Lara una delle opere meno incisive di Verdone, il quale si allontana dal grottesco degli altri preti che aveva interpretato per arrivare ad una figura talmente ordinaria da essere impalpabile. Volendo assolvere "una certa parte della chiesa" (quandomai avremmo sperato di sentire una frase di tale ragionevolezza pronunciata apertamente nel nostro paese?) finisce per dipingere un uomo normale in abiti talari e non viceversa come vorrebbe. Solo in piccoli fugaci momenti sembra di intravedere l'aggressività e la poca pietà nei confronti dei propri personaggi che l'avevano reso interessante in passato. Ma se don Carlo può essere oggetto di discussione il resto del film è ricco di piccole grandi lacune. Le gag riescono ad essere divertenti unicamente in presenza del regista/autore (e della sempre impeccabile Angela Finocchiaro) e solo quando sono il frutto delle improvvisazioni sul set, la scrittura dell'intreccio è un puro pretesto utile ad accostare situazioni che prestano il fianco a facili sketch (vedi la cena con la psicologa) e infine la risoluzione finale positiva al massimo presenta i problemi visti lungo tutto il film come già risolti senza averne mai messo in scena il processo risolutivo. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Baciami ancora |
Aurora |
21:00 |
Un film di Gabriele Muccino, con: Stefano Accorsi, Vittoria Puccini, Pierfrancesco Favino, Claudio Santamaria, Giorgio Pasotti, Marco Cocci, Sabrina Impacciatore, Daniela Piazza, Primo Reggiani, Francesca Valtorta, Adriano Giannini, Valeria Bruni Tedeschi, Alexia Murray
Muccino racconta il volto esteriore dell'oggi, della famiglia ampiamente intesa e della dinamica amorosa Consigliato: Nì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariCarlo e Giulia si sono amati e odiati e traditi e ora, separati, condividono la figlia Sveva. Giulia ha un nuovo compagno, un attore, mentre Carlo ha tante donne e poco amore. Marco e la moglie hanno inseguito disperatamente il desiderio di un figlio e da quel fantasma si sono lasciati corrodere. Livia ha cresciuto Matteo da sola, Alberto ha perseguito l'indipendenza affettiva, Paolo è passato da una dipendenza ad un'altra. Il ritorno a Roma di Adriano, il padre di Matteo, dopo quasi dieci anni, li riunisce e li riporta alla fontana dei desideri, ma non c'è più acqua: o la si riempie o ci si schianta al suolo. Dieci anni fa, L'Ultimo Bacio irrompeva sulla scena cinematografica italiana risollevandone le sorti al botteghino ma soprattutto proponendosi come uno specchio delle brame e dei tentennamenti dei trentenni, a cui la maturità pareva porre le sue richieste anzitempo; scomoda, insoddisfacente, liberticida. Il film movimentava le acque e, forse, le coscienze, con la sua macchina da presa mai ferma e il suo protagonista sempre in corsa, per non lasciarsi sfuggire questo, per riprendere quello, per battersi sul tempo prima e per recuperarlo poi. Oggi Carlo è esaurito. È stressato, dice il film, ma forse anche svuotato come personaggio, sacrificato a un destino di contenitore della "storia di tutte le storie d'amore", come recita la tag line di promozione di Baciami Ancora. Ciò non significa che Muccino non racconti quello che conosce, al contrario: fedele alla rappresentazione di un milieu borghese, pacificato con se stesso e consapevole, non cerca l'eccezionale ma racconta la norma con un'eccezionalità di tono, non solo vocale. Perché allora non plaudire a chi ci dice come siamo e ci mette addirittura su uno schermo per dirci quanto siamo normali nelle nostre stranezze, quanto buffi e disperati, e quanto ogni errore è riparabile, se lo vogliamo veramente, perché tutto è possibile? Perché non è vero, cioè non lo è qui. Nel film di Muccino non c'è vera libertà di scelta, si corre e si suda sul tragitto senza sbocco di un tapis roulant e il battito cardiaco accelera sì, ma per claustrofobia. Baciami Ancora è cinema del ritorno, del falso movimento, che va benissimo finché non si spaccia per cinema della possibilità o della verità. Dell'oggi, della famiglia ampiamente intesa, della dinamica amorosa, Muccino racconta il volto esteriore, ne istoria e colora magistralmente la facciata, non si appella agli scherzi del destino o del caso, come farebbe magari un copione corale francese, nemmeno nella vicenda di Favino, apparentemente la più coraggiosa; non solleva le lenzuola (sono già stese, come sipari innocenti sul terrazzo di Come te nessuno mai), non ci dice i gesti privati, precisi, individuali, del dolore e della sorpresa; ha tutti gli strumenti per fare il cinema ma non guarda attraverso il suo filtro. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Genitori & Figli: Agitare bene prima dell'uso |
Fanin Mandrioli The Space Cinema Bologna Capitol Multisala |
20:00 22:30 20:15 22:30 17:35 22:45 15:30 17:50 20:10 22:30 |
Un film di Giovanni Veronesi, con: Silvio Orlando, Luciana Littizzetto, Michele Placido, Elena Sofia Ricci, Margherita Buy, Emanuele Propizio, Chiara Passarelli, Andrea Facchinetti, Max Tortora, Piera Degli Esposti, Matteo Amata, Andrea Fachinetti, Vittorio Emanuele Propizio, Massimiliano Tortora
Commedia generazionale "da manuale" Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariNina è un'adolescente che sogna la sua prima volta e una famiglia più autentica. Figlia di una caposala vivace e di un mite commerciante di articoli da pesca, Nina ha finalmente l'occasione di riflettere sulla sua famiglia e di descriverne vizi e virtù dentro un tema assegnatole in classe dal professore d'italiano. Alberto, in conflitto costante col figlio, è convinto che una generazione prossima per età e inclinazione al suo ragazzo, possa accorciare le distanze tra loro e migliorarne la relazione e la comunicazione. Il componimento di Nina non lesinerà dettagli, denunciando tradimenti, separazioni, inquietudini giovanili e tensioni amorose fino a un epilogo moderatamente felice e un voto ponderatamente esemplare. Dopo Italians, ironici bozzetti dell'italiano all'estero tra equivoci e arte di arrangiarsi, Giovanni Veronesi redige l'ennesimo “manuale” facilmente consultabile (e fruibile) che fa il punto, questa volta, sulla relazione genitori figli. Il cinema delaurentiisiano di Veronesi, accreditatosi come titolare dell'altro campione di incassi stagionali della premiata ditta, quello più educato contro il villano cinepanettone, ripropone ostinato la formula tradizionale della commedia all'italiana, aggiornandola all'Italia di oggi. L'organizzazione in due episodi dipendenti (Placido Buy) (Orlando Littizzetto), ciascuno con il proprio istrione (Placido) (Orlando) e congiunti dalla voce narrante di un'osservatrice adolescente e onnisciente, recupera evidentemente l'ultima manifestazione di quella gloriosa tradizione, praticata a dismisura negli anni Sessanta e trasformata in un vero e proprio “genere”. Surrogato a un'evidente ispirazione in crisi, la formula “a episodi”, questa volta aperti e tendenti all'organicità, incoraggia la tendenza al raccontino morale, che rinuncia però alle macchiette (unica eccezione il cameo “in lingua pugliese” di Sergio Rubini) a favore dei caratteri o ai facili lazzi delle cadenze regionali a vantaggio di dialoghi leggeri e ben disposti a introdurre tematiche complesse come la relazione filiale, l'educazione sessuale, l'integrazione culturale o lo stress di una vita mai soddisfacente. Beninteso, non c'è bisogno di esaltarsi troppo, siamo sempre dalle parti della più classica commedia, sospesa tra buone azioni e miserie terrene ostinatamente chiuse in un interno. Il film di Veronesi, pur recuperando alla superficie il mondo dei genitori, completamente assente nel proletario Gioco da ragazze di Matteo Rovere e nella versione benestante e intrisa di romanticismo da lucchetti di Moccia, affoga in un mare di luoghi comuni e dentro scene urlate di drammi (in)ascoltati o risolti in un bagno catartico. Genitori & figli vorrebbe dire qualcosa degli italiani e dei suoi giovani, le figure più problematiche per il cinema nostrano, ma esibisce di fatto la vana e disperata ricerca di una propria identità, rifugiata (e risolta) una volta di troppo nell'intimità del privato. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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| Percy Jackson e gli Dei dell'Olimpo - Il ladro di Fulmini |
Uci Cinemas Meridiana Multisala Cineci Europa |
14:15 17:00 19:45 22:30 17:30 20:00 22:30 22:30 |
Un film di Chris Columbus, con: Logan Lerman, Rosario Dawson, Uma Thurman, Pierce Brosnan, Sean Bean, Kevin McKidd, Steve Coogan, Catherine Keener, Alexandra Daddario, Joe Pantoliano, Jake Abel, Melina Kanakaredes, Serinda Swan, Brandon T. Jackson, Luke Camilleri, Dylan Neal, Maria Olsen, Andrea Brooks, Luisa D'Oliveira, Maya Washington, Patrick Sabongui, Dejan Loyola, Crystal Tisiga, Julian Richings, Dimitri Lekkos, Christie Laing, Stefanie von Pfetten, Marie Avgeropoulos, Erica Cerra, Chelan Simmons
Il tentativo di creare un nuovo Harry Potter dà vita ad un clone senza fascino Consigliato: Nì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariAffetto da deficit di attenzione e da dislessia Percy Jackson non ha vita facile a scuola e la vita privata non sembra andare meglio: vive con la madre non avendo mai conosciuto il padre. Il motivo di questa situazione diventa però chiaro quando, in gita scolastica in un museo, una professoressa si trasforma in mostro alato e minaccia di ucciderlo se non le rivela dove ha nascosto il fulmine di Zeus. Percy, è un semidio, figlio di Poseidone e di una mortale ed è venuto per lui il momento di allenarsi per prendere coscienza dei propri poteri. L'allenamento però dovrà aspettare, qualcuno ha rubato quel fulmine primigenio di Zeus e tutti accusano Percy per scatenare una colossale guerra tra i tre grandi fratelli: Zeus, Poseidone e Ade. Difficile non vedere dietro Percy Jackson e gli dei dell'Olimpo: il ladro di fulmini il tentativo di dare vita ad una nuova grande saga cinematografica che prenda il posto (non tanto nei cuori dei fan quanto nei portafogli dei produttori) dell'ormai concluso Harry Potter. Tratto anch'esso da una serie omonima di libri, scritti però da un americano (Rick Riordan) e non da un'inglese, il film come del resto il romanzo ripropone la medesima situazione potteriana di un ragazzo che sembra meno dotato di altri ma in realtà è predestinato a grandi cose il quale, affiancato da un'amica saggia e attraente e da un amico fraterno più simpatico, è impegnato ad imparare le arti segrete del suo rango mentre di volta in volta compiti ben più gravosi poggiano sulle sue spalle. Simile a quella fatta per Harry Potter è poi la scelta di come operare il passaggio dalla pagina allo schermo affidando la regia da subito a Chris Columbus (già regista dei primi due film del maghetto e produttore del terzo), scegliendo attori non noti per le parti da protagonista e grandi calibri per i ruoli complementari e infine puntando più che altro sull'azione. Il risultato però non è all'altezza dello stampino. Nonostante ci sia Columbus al timone il film non emoziona mai, incapace com'è di dare ai suoi personaggi motivazioni che suonino autentiche e credibili, e anche nelle sequenze più rocambolesche suona fasullo. L'unico punto di interesse che differenzia le avventure di Percy da quelle di Harry, è il fatto di svolgersi nel mondo reale ed essere fortemente agganciato all'attualità, colmo di richiami alle ossessioni moderne. Se in Harry Potter scompariva qualsiasi indicatore di contemporaneità, annullato dalle potenzialità del mondo magico tradizionale inglese, in Percy Jackson i miti greci sono piegati all'universo semantico americano. Vengono adattati non solo i personaggi (Medusa gestisce un negozio di statue in provincia, Ade vive come una rockstar) ma anche la geografia, disegnando una mappa dei luoghi greci tutta all'interno degli Stati Uniti (il partenone di Nashville, la porta dell'Ade ad Hollywood, quella dell'Olimpo sull'Empire State Building e il luogo dell'oblio a Las Vegas). Il risultato è una continua strizzata d'occhio al pop e agli oggetti del consumo moderno in cui Apple e Converse possono vantare due dei migliori product placement mai visti, che però mette in secondo piano il fascino e il mistero che dovrebbero circondare lo sconosciuto (per il protagonista e quindi per lo spettatore) mondo segreto degli dei dell'Olimpo. Vai alla scheda su Mymovies.it |
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è Complicato
Più grande la casa, più forte l'amore: il romanticismo secondo Nancy Meyers. Al cinema dal 19 marzo
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Versione brillante e conviviale dei conflitti familiari di Ozpetek. Al cinema dal 12 marzo
Alice In Wonderland
Lontano dai libri originali, dal cartone anni '50 e dai film di Tim Burton, il nuovo Alice è un viaggio verso il conformismo
Invictus - L'Invincibile, Al Cinema Dal 26 Febbraio
Eastwood affronta con ammirazione la figura di Nelson Mandela in un film assolutamente classico.